Il conflitto che attualmente interessa il Sudan è scoppiato il 15 aprile 2023, esattamente un anno fa. Uno stravolgimento per la nazione, che ha profondamente cambiato, tra le altre cose, il contesto nel quale operiamo con il progetto APIS: i nostri ricercatori, in Italia e in Sudan, raccontano come sono state adeguate le attività per rispondere alle nuove necessità del paese nell’ambito del progetto
È trascorso esattamente un anno dallo scoppio del conflitto in Sudan. Sebbene forse trascurato rispetto ad altri conflitti che popolano le pagine dei quotidiani, anche quello sudanese ha proporzioni massicce in termini di vittime, sfollati, popolazione a rischio.
Operare in questo contesto è dunque complesso e impegnativo, tanto quanto fondamentale. Per Fondazione CIMA, che proprio in Sudan ha iniziato a lavorare già a partire dal 2022 affiancando l’Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), la necessità di incrementare gli sforzi per fornire un supporto concreto è diventata una priorità.
Prima del conflitto
Il progetto APIS – Lotta al cambiamento climatico. Allerta e protezione civile per le inondazioni e le siccità in Sudan, finanziato da AICS, è iniziato nei primi mesi del 2022, rafforzando una collaborazione che ci aveva visti operare nel paese già da un paio di anni prima. Scopo del progetto è il rafforzamento delle capacità tecniche e operative del Sudan nella prevenzione e gestione dei disastri: il paese è frequentemente esposto a eventi climatici estremi di alluvione e siccità e, per ridurne i rischi, il progetto vuole implementare un sistema di allerta operativo a scala nazionale. In questo senso, APIS contribuisce anche alla EW4All Initiative, che mira a proteggere la popolazione globale dai rischi di meteorologici con sistemi di allerta (Early Warning Systems, EWS) entro in 2027.
La prima fase del progetto APIS è arrivata a compimento nel marzo 2023, traguardo segnato da un seminario, insieme di formazione, discussione e confronto, tenutosi a Khartoum.
«Le attività di questo primo periodo avevano permesso di mappare il contesto normativo e istituzionale del sistema di allerta del Sudan, raccogliere le informazioni di rischio e sviluppare la componente di previsione meteorologica del sistema», spiegano Nicola Testa e Alessandro Masoero, ricercatori di Fondazione CIMA. «A seguire, una seconda fase di attività avrebbe portato, a maggio, la fornitura del server di calcolo per sostenere l’esecuzione in loco il modello meteorologico WRF Sudan (sviluppato insieme all’agenzia meteo sudanese, la Sudan Meteorological Authority, SMA) e la spedizione e installazione delle prime cinque centraline di monitoraggio idro-meteorologico, secondo le configurazioni definite con gli istituti coinvolti. Obiettivo era arrivare preparati alla stagione delle piogge, che inizia tra giugno e luglio».
Il conflitto è esploso a cavallo tra queste due fasi di attività, stravolgendo, insieme alla realtà sudanese, anche il corso del progetto APIS.
APIS durante il conflitto in Sudan
Il conflitto in Sudan ha reso lo scenario delle operazioni estremamente complesso e ha obbligato l’interruzione delle attività sul campo: «A seguito dello scoppio del conflitto e come risultato dell’evolversi della situazione, è diventato sempre più urgente aiutare le comunità a sviluppare strategie di adattamento ai disastri. Per questa ragione, il progetto ha spostato il focus su approcci di resilienza», commenta la ricercatrice Bouran Awad, esperta del sistema di Early Warning nazionale per il progetto APIS, e parte del team di supporto alle iniziative progettuali insieme alla collega Sawsan Omer.
Se lo svolgimento delle attività è diventato più complicato, il loro ruolo si è reso anche più importante: il conflitto, infatti, rappresenta un fattore esacerbante dei preesistenti rischi naturali cui è esposta la popolazione, e richiede l’attenzione a nuove condizioni di vulnerabilità (si pensi agli sfollati) e le capacità di risposta ridotte.
«Per rispondere a queste mutate condizioni, abbiamo fin da subito avviato il dialogo con i diversi attori nazionali e internazionali (WMO, ICPAC Nairobi, NORCAP) coinvolti nella attività di progetto, per valutare il contesto e soprattutto individuare i nuovi bisogni degli interlocutori. Tra questi, ne sono emersi di immediati, in particolare per quanto riguardava il monitoraggio e la risposta all’imminente stagione delle piogge; altri attesi per i mesi successivi, quale la necessità di ripristinare i servizi di protezione civile e garantirne l’operatività», raccontano Testa e Masoero.
È per rispondere alle necessità poste dalla stagione delle piogge che si è inserito il primo adeguamento rispetto al quadro originale del progetto. Fondazione CIMA e AICS hanno infatti realizzato il bollettino Impact-Based Forecast (IBF), operativo già a partire da agosto. In analogia con il bollettino realizzato nell’ambito di un altro progetto, PPRD EAST 3, per il conflitto in Ucraina, il bollettino sudanese è condiviso con le organizzazioni operanti nel contesto di emergenza e si concentra sugli aspetti che più influenzano le attività umanitarie, in particolare l’impatto sulla popolazione sudanese dovuto agli eventi meteorologici estremi quali forti piogge e alluvioni, tra gli altri.
A seguire, un’intera parte delle attività progettuali è stata ripensata, in termini di metodologia e contenuti, per far fronte alla nuova situazione, nella quale tutte le istituzioni sudanesi risultano fortemente indebolite dal conflitto con gravi difficoltà a operare sotto tutti i punti di vista: capacità logistiche, mancanza di personale e infrastrutture. «Per esempio, l’autorità di Protezione Civile (NCCD) opera oggi da Port Sudan. L’Agenzia Meteorologica del Sudan non ha accesso ai locali dell’ufficio centrale e non riesce ad assicurare il corretto funzionamento dei servizi di previsione e monitoraggio».
La variante di progetto è stata approvata a febbraio e prevede di operare su tre fronti. Il primo è il supporto alle organizzazioni umanitarie operanti in Sudan attraverso un servizio di previsione degli eventi climatici estremi (siccità, forti piogge e alluvioni) attraverso la produzione di un bollettino in tempo reale: «Il servizio sarà supportato dal personale sudanese anche attraverso metodologie e procedure attualmente in uso presso la Sala Situazioni dell’Unione Africana in Addis Ababa, realizzata da Fondazione CIMA, in collaborazione con UNDRR, nel quadro della progettazione relativa al sistema di allertamento continentale», continuano i ricercatori.
A questo si aggiungono le attività di supporto delle capacità e dell’operatività del servizio meteorologico sudanese, in collaborazione con il Disaster Operation Centre di IGAD/ICPAC a Nairobi e l’Organizzazione Mondiale della Meteorologia, per il ripristino dei servizi fondamentali; e a NCCD per il miglioramento della gestione dei rischi legati ad alluvioni e siccità in Sudan nel nuovo contesto, per garantire il mandato istituzionale di coordinamento del sistema di allertamento e previsione a scala nazionale.
«Al conflitto è necessario rispondere – anche – con la cooperazione. Fondazione CIMA si sta impegnando attivamente per facilitare il coordinamento attraverso la rete African Multi-Hazard Early Warning and Action System (AMHEWAS). La collaborazione tra tutti gli enti nazionali e internazionali è coinvolti è davvero fondamentale, anche perché ci stiamo avvicinando alla prossima stagione delle piogge», concludono i nostri ricercatori. «Intanto, in questo contesto d’instabilità politica, difficoltà e rischi, la resilienza dimostrata dai colleghi è stata davvero una fonte di motivazione per unire gli sforzi nella tutela della popolazione e per garantire la continuazione delle attività».