A gennaio 2023, il progetto GFM è entrato nella seconda metà dei lavori. Luca Molini, project manager per Fondazione CIMA ci spiega quali sono i passi previsti per i prossimi anni, gli aggiornamenti più rilevanti e, soprattutto, il ruolo di questo tipo di attività per la gestione del rischio alluvionale
Verso la fine di gennaio, il Madagascar è stato interessato da un’alluvione che ha causato decine di morti e sfollati, anche a causa delle frane che ne sono conseguite. Si può essere immediatamente attivi su un evento di questo genere, in qualsiasi parte del mondo si verifichi? Monitorare le alluvioni a livello globale, e sostanzialmente in tempo reale, scrutandole con l’occhio dei satelliti, è l’idea alla base del Global Flood Monitoring (GFM), un sistema di monitoraggio che consente di avere informazioni quasi a tempo reale, per ogni parte del mondo, così da avere un quadro aggiornato della situazione e poter intervenire in modo tempestivo.
Di questo progetto, iniziato nel 2020 e finanziato dalla Commissione europea, si è tenuto con l’inizio del 2023 il kick off meeting che segna il raggiungimento della prima metà dei lavori, il cui termine è infatti previsto per il 2026. Diversi gli aggiornamenti rilevanti per i prossimi anni: il primo è la disponibilità dei dati, accessibili in modo gratuito, anche sulla piattaforma europea EFAS – mentre prima erano resi disponibili solo sulla piattaforma globale GloFAS – rendendo i dati maggiormente fruibili ai servizi operativi regionali e nazionali europei che utilizzano la piattaforma all’interno del proprio sistema di Early Warning.
Un secondo aggiornamento importante deriva dal prossimo lancio di un nuovo satellite. La missione Sentinel-1 su cui si appoggia la raccolta di dati di GFM è (o meglio era) costituita da due satelliti dotati di radar ad apertura sintetica, che consentono di raccogliere immagini in ogni condizione atmosferica, e dunque anche in presenza di nubi, e durante la notte. Alla fine del 2021, tuttavia, uno dei due satelliti ha smesso di funzionare: «Questo non impediva il monitoraggio delle superficie terrestre, perché comunque le orbite di entrambi i satelliti coprivano tutto il globo. La perdita di uno di essi, tuttavia, fa sì che sia necessario molto più tempo per avere la copertura delle diverse aree del mondo, e questo risulta naturalmente problematico se l’eventuale alluvione non perdura a lungo», spiega Luca Molini, project manager del progetto per Fondazione CIMA, che fa parte del consorzio come responsabile del coordinamento delle attività di supporto agli utenti e della disseminazione tecnico-scientifica. «Quest’anno, però, l’ESA lancerà un nuovo secondo satellite, consentendoci di ripristinare i tempi di monitoraggio e la frequenza dell’aggiornamento dei dati, e di conseguenza di essere più tempestivi nel riconoscimento di un evento in corso».
A queste novità, si aggiungono alcuni avanzamenti e aggiornamenti tecnici, riguardanti soprattutto il continuo lavoro di miglioramento per gli algoritmi impiegati per l’analisi dei dati satellitari, allo scopo di migliorarne continuamente la qualità. Parte del lavoro si concentrerà, per esempio, sul tentativo di riduzione dei falsi allarmi e, al contempo, sull’incremento della corretta individuazione delle alluvioni. Inoltre, il consorzio lavorerà anche per migliorare la disseminazione dei dati all’interno del portfolio Copernicus, per esempio facendo in mondo che gli enti di protezione civile abbiano un accesso mirato alla loro area di competenza, e migliorando il confronto con eventi del passato.
«I servizi di monitoraggio basati sui satelliti lavorano in genere on demand, cioè la richiesta di attivazione generalmente avviene quando si è già verificata un’alluvione», spiega Molini. «Le immagini elaborate da GFM sono invece open access e sempre disponibili per gli utenti, che possono così monitorare la situazione in tempo quasi reale, cioè con immagini rese disponibili non appena i satelliti sorvolano l’area di interesse. Di fatto, questo servizio completa e rafforza i sistemi di awareness rappresentati da GloFAS ed EFAS, che forniscono anche una parte previsionale».
Le attività portate avanti nell’ambito di GFM non sono certo fini a sé stesse: semmai, creano alcune importanti sinergie in diversi altri progetti. Per esempio, Fondazione CIMA è partner del progetto ARISTOTLE, guidato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che fornisce all’Emergency Response Coordination Centre (ERCC), il centro di coordinamento di risposta alle emergenze europeo, un sistema di servizi di previsione e monitoraggio sui disastri di origine naturale. Le informazioni e i dati sulle alluvioni raccolti dal GFM contribuiscono ai bollettini emessi periodicamente da ARISTOTLE, fornendo così anche una conferma dell’affidabilità di una previsione (o della presenza di un’alluvione).
GFM s’inserisce anche tra le molte nostre attività che stanno evidenziando il ruolo fondamentale dei satelliti nell’ambito del monitoraggio e della gestione degli eventi estremi, contribuendo non solo a seguire un evento in corso, come avvenuto lo scorso anno durante le alluvioni nelle Marche, ma anche, come avvenuto in Pakistan, a fornire una valutazione per le necessità che si presentano a evento terminato. O, ancora, i satelliti possono aiutarci nella gestione dell’intero ciclo idrologico, stimando con una risoluzione sempre maggiore parametri che contribuiscono ad alluvioni e siccità quali l’evapotraspirazione e la precipitazione – come ha messo in luce il progetto DTE Hydrology.
«In generale, possiamo senz’altro dire che i satelliti stanno diventando sempre più rilevanti nell’ambito del monitoraggio e della gestione del rischio, e non solo per quanto riguarda le alluvioni», conclude Molini. «Non a caso, il Copernicus Emergency Management Service, che fornisce le informazioni sia per le emergenze sia per le attività di preparazione e prevenzione, ha previsto di concentrare il prossimo meeting (che si tiene in questi giorni) proprio sugli sviluppi del GloFAS e dei prodotti GFM».