Una voce dal Sudan

La crisi climatica e il conflitto in Sudan stanno mettendo a dura prova le popolazioni locali. Tuttavia, il progetto APIS, supportato da Fondazione CIMA, sta aiutando il paese a costruire un sistema di allerta tempestiva, migliorando la capacità di risposta alle emergenze legate al clima. La voce di Dalal Homoudi, meteorologa e protagonista del progetto, racconta le sfide quotidiane e le speranze per un futuro più sicuro.

«Dopo lo scoppio del conflitto, le sfide sono diventate immense, ma abbiamo trovato modi per andare avanti e continuare a costruire un sistema che protegga le persone».

Le parole di Dalal Babikier Mohammed Homoudi, meteorologa presso l’Autorità Meteorologica Sudanese raccontano la crisi che sta vivendo il Sudan. Segnato dalla scarsità d’acqua, dalla siccità e dalle inondazioni e soprattutto dal conflitto e le sue drammatiche conseguenze, il paese subshariano è coinvolto nel progetto APIS, il cui obiettivo è rafforzare il suo sistema di allerta (Early Warning System EWS) per affrontare eventi estremi legati al clima. La previsione e l’allerta tempestiva non sono più quindi un’illusione lontana, ma una realtà che sta iniziando a migliorare la vita delle comunità vulnerabili, pur nel difficile contesto attuale.

Dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023, le sfide sono aumentate esponenzialmente. Le operazioni di protezione civile sono diventate ancora più cruciali, mentre il bisogno di risposte rapide e precise si fa sempre più urgente. Il progetto APIS, realizzato dalla Fondazione CIMA nel 2021 e finanziato  dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), ha posto le basi per una resilienza a lungo termine, mirando a rafforzare le capacità locali nel prevenire e rispondere a disastri come alluvioni e siccità.

A raccontare questa storia non sono solo i numeri e le soluzioni tecnologiche implementate, ma anche le persone e le loro storie, racchiuse nelle esperienze di chi vive quotidianamente l’impatto degli eventi estremi e la loro gestione sul territorio, cercando di continuare a svolgere il proprio lavoro di scienziati ed esperti di previsione e prevenzione.

Il progetto APIS: un ponte tra conoscenza e prevenzione

«Nel corso di questi anni, la stretta collaborazione con gli enti locali ha permesso di raccogliere dati cruciali sul rischio idraulico, ma anche di compiere un passo fondamentale verso l’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate», racconta Nicola Testa, ricercatore di Fondazione CIMA coordinatore del progetto. I risultati di queste attività hanno aiutato a sviluppare modelli di previsione ad alta risoluzione, migliorando la capacità di risposta agli eventi estremi». Aggiunge Dalal: «La vera innovazione di questo progetto è stata mettere insieme tutte le istituzioni che lavorano sulla gestione del rischio disastri e sulla previsione di alluvioni e siccità in un unico tavolo di lavoro».

Non solo dati, ma anche tecnologia e formazione. Il sistema di allertamento sudanese è stato infatti integrato con strumenti avanzati come la piattaforma myDEWETRA.world, che monitora e analizza i dati meteorologici e idrologici, diventando così un punto di riferimento nella gestione delle emergenze, per il supporto alle decisioni e condivisione dei dati settoriali relativi ai rischi e per la realizzazione e diffusione di bollettini di allerta.

«Abbiamo creato una rete di collegamento tra il Sudan e i centri regionali che ci permette di mantenere operativo il sistema di allerta, anche in un contesto di crisi», spiega Testa. «Nonostante le difficoltà, siamo riusciti a mantenere una continuità nelle operazioni di monitoraggio e previsione, un elemento essenziale per garantire che le persone siano preparate e possano reagire in tempo utile agli eventi estremi».

Prevenire per proteggere: il racconto di Dalal Homoudi

Per Dalal Homoudi il lavoro quotidiano non è solo una questione di dati e previsioni, ma una missione per salvare vite. In un Paese come il Sudan, dove le emergenze climatiche si intrecciano con le crisi sociali e politiche, ogni allerta tempestiva può fare la differenza. 

Dalal racconta come il progetto APIS abbia segnato un cambiamento radicale nel modo di affrontare il rischio: non più previsioni focalizzate solo su temperature o precipitazioni, ma informazioni orientate agli impatti concreti. «Ci siamo concentrati su cosa farà il tempo, non solo su come sarà il tempo», spiega, sottolineando l’importanza di bollettini che integrano analisi sui rischi, sull’esposizione e sulla vulnerabilità. «Dopo il conflitto, siamo riusciti a migliorare il bollettino, ora prodotto in collaborazione con il centro ICPAC, IGAD Climate Application and Prediction Center e con colleghi di varie istituzioni. Un team di previsori, con l’aiuto dei colleghi e colleghi responsabili del sistema di allertamento presso altre istituzioni, ha lavorato sulle previsioni basate sull’impatto e sulle analisi delle soglie critiche».

Un esempio di questo cambiamento è arrivato durante le recenti alluvioni nel nord e nell’est del Paese, dove il sistema di allerta ha permesso di raggiungere rapidamente le comunità più vulnerabili, evitando conseguenze peggiori. «Il lavoro è diventato più multisettoriale, con contributi da settori come l’agricoltura, la sanità e l’allevamento. Questo approccio è stato utile durante la stagione delle piogge estremamente intense, che ha causato inondazioni improvvise nel Sudan settentrionale e orientale. Le nostre previsioni e i nostri messaggi per i decisori politici hanno permesso di agire sul campo, mostrando il grave impatto delle piogge estreme e delle inondazioni sulle persone», evidenziando come la collaborazione tra istituzioni e settori diversi sia stata decisiva.

Il progetto, però, non si è fermato al livello istituzionale e tecnico. Abbiamo lavorato per rendere le informazioni accessibili alle comunità locali. Le persone direttamente colpite dalle emergenze ora possono infatti contare su supporto e indicazioni precise, grazie a una rete di collaborazione tra organizzazioni nazionali e internazionali. Ne parla con orgoglio Dalal perché anche in un contesto difficile come quello sudanese, segnato da conflitti e risorse limitate, il sistema basato sugli impatti è diventato uno strumento di resilienza.

L’ultimo workshop tecnico: quali le prospettive future?

Si è svolto al Cairo tra il 26 e il 28 novembre l’ultimo workshop tecnico di progetto, un momento cruciale che vede la partecipazione di esperti sudanesi e partner internazionali. L’incontro è stata un’opportunità per consolidare i progressi fatti, discutere le sfide e analizzare le buone pratiche in merito alla gestione della stagione delle piogge e agli strumenti operativi implementati. Un focus particolare è stato dedicato all’uso operativo della piattaforma myDEWETRA.world, strumento fondamentale per il monitoraggio delle condizioni meteo e per la diffusione dei bollettini di allerta, che continueranno a supportare le operazioni di protezione civile nel paese. «Il bollettino inizialmente era generato automaticamente dai modelli, ma grazie alla collaborazione tra i team locali e internazionali, è stato migliorato per includere analisi sui rischi, esposizione e vulnerabilità, fornendo messaggi chiari ai decisori per interventi tempestivi».

Foto di gruppo SUDAN APIS

Tuttavia, nonostante i successi finora raggiunti, il cammino non è privo di ostacoli. Le difficoltà logistiche e la precarietà delle infrastrutture in molte aree del Sudan richiedono un impegno continuo per garantire la sostenibilità del sistema di allerta. Il conflitto ha ridotto la capacità delle istituzioni nazionali di operare efficacemente, eppure le azioni messe in atto, come il rafforzamento della collaborazione con i partner regionali e internazionali, stanno permettendo di mantenere alta l’attenzione sul cambiamento climatico e sulla protezione delle comunità vulnerabili. «Nonostante sfide come i conflitti e i cambiamenti climatici, il nostro ruolo è quello di fornire informazioni accessibili alle comunità, con il supporto di partnership con organizzazioni nazionali e internazionali. Questa esperienza è stata preziosa e sono grata di aver fatto parte di questo importante progetto. Spero che potremo continuare il nostro lavoro, acquisendo conoscenze su alluvioni, inondazioni improvvise e siccità, sostenendo tutti i settori e le comunità del Sudan», continua Dalal Homoudi.

Conclude Nicola Testa: «Le sfide sono molte, ma i risultati sono tangibili. Il sistema di allerta deve evolversi continuamente, adattandosi a un contesto che cambia rapidamente. L’obiettivo per il futuro è consolidare i progressi e garantire al Sudan di continuare a operare in maniera autonoma il sistema di allertamento, attraverso collaborazioni di alto livello con ricadute concrete sulle autorità nazionali sulla popolazione sudanese».

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