Siccità e ondate di calore sono tra gli impatti più evidenti e allo stesso tempo più complessi del cambiamento climatico. Spesso citati insieme, in realtà sono fenomeni distinti, che solo in alcuni casi si influenzano a vicenda. Ma quando lo fanno, le conseguenze possono essere gravi e durature.
In questo approfondimento proviamo a capire meglio cosa accade quando il clima si amplifica: quando cioè la carenza d’acqua e il caldo estremo si combinano, si rincorrono, si rafforzano. Lo facciamo esplorando i diversi tipi di siccità, le definizioni operative di ondata di calore e gli indicatori scientifici che ci permettono di leggere segnali altrimenti invisibili.
Pericoli composti
Il World Drought Atlas, il più ampio studio realizzato sugli impatti della siccità a livello globale, è chiaro: caldo estremo e siccità non sono sinonimi, ma possono interagire in modi sinergici, generando pericoli composti. Le ondate di calore possono peggiorare una siccità in atto o anticiparne una, soprattutto se colpiscono un sistema già vulnerabile. Al contrario, una siccità preesistente può amplificare gli effetti termici, riducendo l’evaporazione e accelerando il riscaldamento.
Le conseguenze si manifestano su scale multiple: dalla sofferenza delle colture alla carenza idrica urbana, fino al collasso di interi ecosistemi. Le retroazioni tra caldo estremo e siccità si rendono particolarmente evidenti quando si osservano le diverse tipologie di siccità in relazione ai fenomeni atmosferici e idrologici.
La siccità meteorologica è legata principalmente alla carenza di precipitazioni: il caldo non la causa direttamente, ma ne può derivare o essere intensificato da essa. La siccità agricola, invece, si verifica o può essere esacerbata dalle alte temperature che aumentano l’evapotraspirazione e riducono l’umidità del suolo, influenzando negativamente le colture e gli ecosistemi. In condizioni prolungate, il caldo incide anche sul bilancio idrico a scala di bacino, portando a una siccità idrologica: i flussi si riducono, le temperature dell’acqua aumentano, e la fauna acquatica viene messa a rischio.
Nelle zone montane, un’anomalia termica può generare una siccità nivale: la pioggia prende il posto della neve, o le riserve nivali fondono troppo presto, alterando i cicli stagionali di disponibilità idrica.
Infine, anche in assenza di una siccità conclamata, le ondate di calore possono innescare condizioni di stress idrico nella popolazione e nei sistemi urbani: è la siccità socio-economica, dove l’acqua non manca necessariamente in termini assoluti, ma non è più sufficiente a coprire la domanda e contenere la vulnerabilità.
Cosa intendiamo per ondata di calore (e perché conta)
Quando parliamo di ondata di calore, non intendiamo infatti semplicemente “giornate molto calde”. In meteorologia, un’ondata di calore è definita come un periodo prolungato (di solito almeno 3 giorni consecutivi) in cui le temperature massime e minime superano il 90° percentile delle temperature tipiche per quella zona e periodo di riferimento climatico. Questa soglia viene calcolata rispetto a un periodo climatologico standard (es. 1991–2020), ed è diversa da città a città.
Nel sistema di monitoraggio della siccità del servizio Copernicus, EDO/GDO, vengono individuate a mappate anche le ondate di calore, analizzando le anomalie simultanee di temperatura massima e minima giornaliera come descritto sopra. Questo approccio consente di individuare fenomeni estremi anche fuori stagione, come ondate invernali o primaverili, che hanno comunque impatti severi su ecosistemi, colture e risorse idriche.
In ambito urbano, tuttavia, ha senso parlare anche di ondata di calore percepita, che considera l’effetto combinato di temperatura, umidità e condizioni ambientali in relazione al benessere della popolazione. Qui emerge anche il concetto di notti tropicali, ovvero notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 °C. Questi eventi non solo rendono difficile il recupero termico dell’organismo, ma aumentano anche la domanda idrica, l’uso di energia e lo stress fisiologico, specialmente nei soggetti vulnerabili.
Indicatori per leggere l’invisibile
Per comprendere il legame calore-siccità, quindi, è necessario usare indicatori integrati, capaci di cogliere le interazioni complesse tra temperatura, suolo e precipitazioni. Lo SPI (Standardized Precipitation Index) misura solo le anomalie di precipitazione rispetto a un periodo climatico di riferimento ed è utile per identificare siccità meteorologiche, ma non tiene conto degli effetti del caldo.
Per questo, risulta più informativo lo SPEI (Standardized Precipitation-Evapotranspiration Index), che integra anche la temperatura per stimare l’equilibrio tra disponibilità e fabbisogno idrici, ed è spesso usato per identificare siccità di tipo agricolo o idroclimatico.
Un altro indicatore chiave è lo SMA (Soil Moisture Anomaly), che rileva le anomalie dell’umidità del suolo rispetto alla media storica, fornendo un’indicazione diretta del deficit idrico disponibile per le piante e gli ecosistemi. Infine, il CDI (Combined Drought Indicator) è un indice composito che combina SPI, SMA e anomalie della produttività vegetativa (fAPAR) per fornire una valutazione più robusta dello stato siccitoso.
Come spiegano Luca Trotter e Michel Isabellon, ricercatori dell’Ambito Siccità di Fondazione CIMA: «È fondamentale usare indicatori che incorporino la componente termica. L’evapotraspirazione indotta dal calore può peggiorare lo stato idrico del suolo in pochi giorni. Se guardassimo solo allo SPI, ci perderemmo metà della storia».
La storia di un clima che cambia
Comprendere il legame tra siccità e ondate di calore significa entrare in un sistema di relazioni complesse, dove le variabili ambientali interagiscono in modi non sempre prevedibili. Serve chiarezza nelle definizioni, attenzione alle soglie, ma soprattutto la capacità di leggere i dati nel loro contesto. Gli indicatori come SPI, SPEI, SMA o CDI non sono solo acronimi: sono strumenti fondamentali per capire se stiamo entrando in una fase critica, o se siamo già oltre. Per questo è importante raccontare non solo cosa accade quando fa caldo o quando piove poco, ma cosa succede quando questi eventi si sovrappongono, amplificandosi a vicenda. È lì che il clima cambia davvero.