Uno studio guidato da Fondazione CIMA, in collaborazione con IDMC, presenta una nuova metodologia per valutare il rischio di displacement (cioè lo spostamento delle persone) in diverse condizioni climatiche
Alluvioni, siccità, desertificazione, cicloni: sono alcuni, e neanche tutti, dei fenomeni influenzati dai cambiamenti climatici. Tra i rischi che pongono non vi sono solo la perdita delle vite umane e i danni ai beni e alle infrastrutture, ma anche quelli relativi al displacement delle persone – uno spostamento forzato, a breve o a lungo termine, interno al paese ma che può superare i confini nazionali.
Sapere dove, come e con che probabilità si possano verificare questi spostamenti forzati è un elemento fondamentale se si vuole tutelarli. Conoscerne le dinamiche e con che probabilità si verifichino consente di stabilire strategie di mitigazione e risposta per la tutela delle persone costrette a muoversi ma anche per le popolazioni accoglienti. Indirizzando gli aiuti umanitari, per esempio; o cercando di evitare spostamenti forzati (o agevolarli) in un contesto di emergenza, agendo preventivamente per la protezione delle persone.
È, questo, il campo di studio del “displacement risk”. Ed è su questo che si concentra il lavoro, appena pubblicato su Frontiers in Climate, dei ricercatori di Fondazione CIMA, in collaborazione con l’International Displacement Monitoring Centre (IDMC).
La ricerca propone una nuova metodologia per la valutazione del rischio di displacement che si concentra sugli elementi di vulnerabilità della popolazione. Infatti, invece di tenere in considerazione la sola perdita dell’abitazione (come avviene nelle valutazioni tradizionali), gli autori hanno indagato anche i possibili effetti della perdita dei mezzi di sussistenza, e altri servizi essenziali per la popolazione.
Risk displacement: una nuova metodologia di valutazione
Lo studio si concentra sulle isole Figi e Vanuatu. Come altri stati insulari e in via di sviluppo, entrambi sono particolarmente vulnerabili agli impatti della crisi climatica, che amplifica gli effetti, per esempio, dell’innalzamento dei mari o delle alterazioni sul regime delle precipitazioni. Effetti che si ripercuotono sulla sicurezza economica e alimentare, e particolarmente gravi se si considerano l’isolamento, le dimensioni limitate e le scarse risorse di queste regioni.
«Quantificare questo rischio è complesso, perché nelle dinamiche dello sfollamento entrano in gioco sia elementi strutturali del territorio sia elementi socio-economici», spiega Lauro Rossi, primo autore dello studio. «Tradizionalmente, la valutazione del rischio di displacement si basa sui danni alle abitazioni: in breve, si stabiliscono delle soglie d’intensità dell’evento che rendono una casa inabitabile, obbligando chi vi abita ad abbandonarla. Per il nostro lavoro (i cui risultati preliminari sono raccolti in un report pubblicato alla fine del 2022) abbiamo invece messo a punto una metodologia che consente di considerare anche i danni ai mezzi di sussistenza (coltivazioni, pascoli, negozi, industrie, servizi), che sono stati inseriti direttamente nel modello di calcolo. Inoltre, come informazioni addizionali, abbiamo considerato anche la perdita dell’accesso a servizi essenziali, quali scuole e strutture sanitarie». Queste ultime non sono inserite direttamente nella valutazione, ma considerate come elemento aggravante che rende più probabile lo spostamento delle persone.
Il gruppo di ricerca ha impiegato un approccio probabilistico e considera tre diversi scenari climatici: con il clima attuale (i dati sono riferiti al periodo 1979-2016), con le proiezioni a medio termine e con quelle a lungo termine (dal 2060 al 2100). Per ciascuno di essi, sono state tenute in considerazioni proiezioni con aumenti della temperatura più o meno consistenti.
La valutazione riguarda il rischio di alluvioni fluviali ma, specificano gli autori, può essere applicato anche per altri rischi climatici, come per esempio le alluvioni costiere. Nella pratica, la valutazione si basa su una catena modellistica: selezionato un determinato scenario climatico, il modello idrologico Continuum, sviluppato da Fondazione CIMA, simula le portate dei fiumi. Da queste, un secondo modello simula le conseguenti alluvioni, che sono usate per creare mappe di pericolosità. E da queste ultime, infine, la catena permette di stimare i dati sull’esposizione (le persone, le aree agricole, servizi e industrie esposte al rischio) e la vulnerabilità, che consentono di calcolare il rischio di displacement.
Come cambia il rischio nei diversi scenari climatici
I risultati ottenuti facendo “correre” questa catena previsionale evidenziano chiaramente il ruolo che può giocare la crisi climatica. I ricercatori stimano infatti che negli scenari climatici peggiori (con aumento della temperatura di +5°C), a lungo termine, il displacement medio annuale aumenti di tre volte nelle Figi, e di quattro nelle Vanuatu. Ma anche condizioni climatiche meno estreme farebbero sentire i loro effetti in modo significativo: nelle Figi, per esempio, gli sfollati potrebbero essere più del doppio degli attuali, anche negli scenari più ottimistici.
Il metodo proposto dal gruppo di ricerca ha il merito di aiutare a capire anche le principali ragioni che portano allo sfollamento, proprio perché include elementi diversi dalla sola perdita dell’abitazione.
«In tutti gli scenari considerati, almeno il 20% del displacement è attribuibile alla perdita d’impiego, dovuto ai danni a beni come il campo agricolo o l’edificio industriale», spiega Rossi. «Un ulteriore suggerimento di come, finora, il rischio di displacement sia stato molto probabilmente sottovalutato dai modelli disponibili. E che evidenzia l’importanza di tenere in considerazione anche questi elementi». E conclude: «È bene tenere presente che lo scopo di questo studio è presentare una nuova metodologia che tenga conto di questi contributi e li misuri quantitativamente. Adesso la nuova sfida per noi è estenderla e generalizzarla, così da poterla applicare in altre aree del pianeta ed in ultimo a scala mondiale. Siamo già al lavoro su questo».
Immagine di copertina da: Rossi L et al. A new methodology for probabilistic flood displacement risk assessment: the case of Fiji and Vanuatu. Frontiers in Climate, Sec. Climate Mobility, vol. 6 (2024) Licenza: CC BY 4.0 DEED