Dal cambiamento climatico al rischio di displacement: lo studio nelle Figi e Vanuatu

Un recente report dell’International Displacement Monitoring Centre presenta lo studio condotto da Fondazione CIMA per valutare il rischio di spostamenti della popolazione dovuti al verificarsi delle alluvioni in diversi scenari di cambiamento climatico, impiegando una metodologia di valutazione che tiene in considerazione non solo la perdita delle abitazioni ma anche quella relativa ai mezzi di sussistenza. E che mostra, anche nello scenario più ottimista, un rischio raddoppiato già tra quarant’anni

I fenomeni naturali estremi, tra cui alluvioni e siccità, annoverano tra i loro impatti non solo la possibile perdita di vite umane e i danni a edifici e infrastrutture, ma anche lo spostamento delle persone: chi vive in un’area colpita da un’inondazione, per esempio, può trovarsi costretto ad abbandonare, temporaneamente o permanentemente, la propria casa e il proprio lavoro. Ma possiamo quantificare quanto un certo disastro influenzi il rischio di spostamento – o, per usare il termine della letteratura scientifica, il displacement? Saperlo è importante per poter stabilire le migliori strategie di preparazione e risposta (si pensi all’organizzazione degli aiuti umanitari), soprattutto nell’attuale contesto di cambiamento climatico, che rende molti di questi fenomeni più frequenti e intensi.

Tale quantificazione, tuttavia, è tutt’altro che semplice, perché richiede di tenere in considerazione sia gli elementi fisici (o strutturali) di un certo territorio, sia gli elementi sociali. E, anche guardando solo agli elementi fisici, sono diversi i fattori che possono influenzare la risposta delle persone; al momento, però, gli studi tendono a considerare solo alcuni aspetti di quella che viene definita vulnerabilità fisica: considerano, cioè, delle soglie sull’intensità dell’evento che rendono una casa inabitale, forzando gli abitanti a lasciarla.

Un passo avanti nella metodologia di valutazione della vulnerabilità per quanto riguarda il rischio di displacement è presentato in un recente report, che racconta il lavoro condotto da Fondazione CIMA, su incarico dell’International Displacement Monitoring Centre (IDMC) nelle isole Figi e Vanuatu.

Valutare il danno: abitazioni e mezzi di sussistenza…


Come paesi insulari e in via di sviluppo, Figi e Vanuatu sono particolarmente vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici: per esempio, l’innalzamento dei mari dovuto al riscaldamento globale può porre a serio rischio le loro coste. Il nuovo report si concentra su un rischio particolare, quello delle alluvioni fluviali, su cui Fondazione CIMA lavora fin dalla sua nascita, concentrandosi su due diversi scenari di cambiamento climatico. La metodologia impiegata è quella della valutazione probabilistica, che fornisce un’analisi esaustiva degli scenari possibili di impatto e la loro relativa probabilità accadimento, come si legge nel report.

E lo affronta in un modo innovativo: «Oltre a quantificare i danni agli edifici residenziali, abbiamo voluto valutare il rischio andando a guardare anche i danni che si possono verificare sui mezzi di sostentamento della popolazione, cioè i danni ai livelihoods», spiega infatti Lauro Rossi, lead author della pubblicazione.

Se una persona si ritrova non solo con l’abitazione danneggiata (in modo irreparabile o meno) ma anche priva della possibilità di lavorare, ovviamente aumenta la probabilità che si debba spostare. È questo il presupposto su cui si fonda lo studio che, quindi, presenta per la prima volta una metodologia in grado di quantificare i possibili danni anche a campi agricoli, industrie e altre risorse che possono essere colpite dalle alluvioni. «In pratica, abbiamo cercato di calcolare il danno che un evento può causare a un asset (edificio, campo agricolo, etc.) e dunque stimare come la funzione che svolge quell’asset (residenza, produzione agricola, etc.) viene ridotta o resa indisponibile», continua Rossi.

… E, in futuro, i servizi primari


Questo aspetto chiama in causa un altro elemento di novità presente nel report. Infatti, seppur non avendolo ancor integrato nella metodologia di valutazione del rischio di displacement, autori e autrici hanno iniziato anche a cercare di capire quando, a causa di un’alluvione, vengono meno non solo le attività che rappresentano un mezzo di sostentamento, ma anche i servizi alla popolazione. In particolare, si sono concentrati sulle scuole e sugli ospedali, ipotizzando un bacino d’utenza in base al quale si possa dire che la popolazione, privata di tali servizi di base, diventa più suscettibile al displacement.

Anche se al momento questo rimane un dato separato, per il futuro è prevista la sua integrazione nella valutazione del rischio. Come? «Di base, il principio è capire come l’indisponibilità dei servizi primari aumenti la predisposizione allo spostamento. La logica è che, a fronte di un’abitazione magari poco danneggiata, ma alla quale vanno a sommarsi, per esempio, la perdita di lavoro e anche del servizio primario, una persona sarà più suscettibile allo spostamento», spiega Rossi.

Displacement, un rischio aumentato


In base a questa metodologia, riporta il documento, anche nello scenario “ottimista” (che ipotizza un aumento della temperatura di un grado per la fine del secolo) di cambiamento climatico, il displacement potrebbe almeno raddoppiare, tanto nelle Figi quanto nelle Vanuatu, già nel 2060. E, negli scenari più pessimisti, con un aumento della temperatura di cinque gradi, la situazione sarebbe ancora peggiore, perché anche gli eventi alluvionali più rari, che al momento si presentano in media circa una volta ogni 250 anni, potrebbero farsi molto più frequenti, presentandosi in media una volta ogni 25 anni.

Il termine displacement comprende molte diverse situazioni e condizioni di spostamento delle persone, dall’evacuazione temporanea (più comune per le alluvioni che per altri disastri naturali che perdurano più a lungo nel tempo) alla migrazione. Ma la necessità di una persona a lasciare la propria abitazione, sia pur per breve tempo, rimane grave – e lo è ancora di più se si considera che non tutti possono avere la possibilità di farlo. Infatti, il displacement può anche essere visto, sotto alcuni aspetti, come una strategia di adattamento a un fenomeno: esiste però sempre una parte della popolazione così in difficoltà da non avere nemmeno la possibilità di allontanarsi (involuntary immobility).

I dati che emergono dal report sono quindi particolarmente preoccupanti, tanto più se si pensa che, come spiega Rossi, «Queste stime sono prodotte considerando invariate la popolazione e la distribuzione degli elementi a rischio negli scenari presente e futuro. Questo ci permette di isolare e quantificare il contributo del cambiamento climatico sull’aumento del rischio, ma significa anche che la situazione in futuro potrebbe essere ancora peggiore in considerazione del previsto aumento di popolazione e del grado di urbanizzazione».

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