Early Warning Systems in contesti fragili: la lezione del Sudan, dove il capitale umano diventa la prima infrastruttura

Early Warning Systems in contesti fragili come il Sudan

In un Paese dove il conflitto ha disperso istituzioni, competenze e infrastrutture, continuare a prevedere non era scontato. L’esperienza maturata in Sudan mostra come gli Early Warning Systems possano diventare un’infrastruttura di resilienza anche nei contesti più fragili.

Ci sono infrastrutture che si vedono: un ponte, una diga, una strada.

E poi ce ne sono altre, invisibili, che diventano evidenti soltanto quando smettono di funzionare.

Un sistema di allerta precoce appartiene a questa seconda categoria. Ogni giorno mette in relazione osservazioni, modelli meteorologici, dati idrologici, analisi del territorio, procedure operative e persone. È una catena di conoscenze che permette di trasformare un fenomeno atmosferico in una decisione, una decisione in un’azione, un’azione in vite protette.

Ma cosa succede quando quella catena si spezza?

È una domanda che negli ultimi anni è diventata sempre più centrale per la comunità tecnico-scientifica internazionale. Perché i territori maggiormente esposti agli effetti della crisi climatica coincidono sempre più spesso con quelli segnati da conflitti, instabilità politica o crisi umanitarie. Proprio dove gli Early Warning Systems sono più necessari, mantenerli operativi diventa anche più difficile.

Il Sudan è oggi uno degli esempi più significativi di questa sfida. 

Dal 2023 il Paese è attraversato da un conflitto che ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee. Allo stesso tempo continua a essere esposto a precipitazioni estreme, alluvioni, siccità e ondate di calore, fenomeni aggravati dalla crisi climatica e capaci di amplificare ulteriormente la vulnerabilità delle comunità. La guerra non ha sostituito il rischio climatico: lo ha reso ancora più complesso. 

Il caso sudanese dimostra che costruire un Early Warning System in un contesto fragile non significa soltanto trasferire tecnologie. Significa costruire relazioni di lungo periodo, preservare competenze locali e adattare continuamente strumenti e procedure a un contesto che cambia. È questo il percorso sviluppato negli ultimi anni grazie alla collaborazione tra le istituzioni sudanesi, centri climatici regionali e organismi internazionali, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e Fondazione CIMA, oggi al centro di una riflessione scientifica internazionale.

Non mantenere il sistema. Ripensarlo. 

Quando il conflitto ha interrotto la vita di tante persone, la quotidianità delle istituzioni e costretto alla chiusura, tra le altre, della sede della Sudan Meteorological Authority a Khartoum, il problema non era soltanto tecnico. Si interrompeva una delle principali infrastrutture nazionali dedicate all’osservazione e alla previsione meteorologica. Molti esperti ed esperte sono stati costretti a lasciare il Paese o a spostarsi in altre città, disperdendo un patrimonio di competenze costruito in decenni di lavoro in un contesto estremamente complesso.

Meteorologi, climatologi e tecnici hanno continuato a lavorare da Port Sudan, dall’Etiopia, dal Kenya, dall’Egitto e da altri Paesi della regione. Attraverso strumenti condivisi, procedure comuni e una collaborazione continua con i partner regionali, i bollettini operativi hanno continuato a essere prodotti ogni giorno, in inglese e in arabo, garantendo un servizio essenziale per le autorità e per le organizzazioni umanitarie attive sul territorio.

Attraverso il sostegno della Cooperazione Italiana attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), il lavoro si è concentrato sul sostentamento e sulla continuità operativa del sistema nazionale di allerta, mantenendo connesse istituzioni, previsori e autorità responsabili della gestione del rischio anche durante il conflitto.

La prima lezione del Sudan è quindi che la continuità di un Early Warning System non dipende soltanto dalle infrastrutture. Dipende dalla capacità di preservare e mettere in rete il capitale umano e scientifico.

Dalla previsione del tempo alla previsione degli impatti

Se mantenere operativo il sistema era la prima sfida, renderlo più utile è stata la seconda.

Per molti anni i bollettini meteorologici hanno descritto l’intensità delle precipitazioni, le temperature o il vento previsto. Oggi, nei processi decisionali, questa informazione non è più sufficiente: chi coordina un’emergenza deve sapere quali territori saranno maggiormente esposti, quante persone potrebbero essere coinvolte, quali infrastrutture risultano più vulnerabili e dove concentrare le risorse.

Per questo il lavoro svolto in Sudan ha progressivamente trasformato il sistema nazionale introducendo metodologie di Impact-Based Forecasting, che combinano previsioni meteorologiche, dati di esposizione e vulnerabilità per produrre bollettini orientati agli impatti attesi.

Come racconta Dalal Babikier Mohammed Homoudi, meteorologa della Sudan Meteorological Authority, il cambiamento può essere riassunto in una frase semplice: «Siamo passati dalle previsioni del tempo alle previsioni di ciò che il tempo farà».

Dietro questa frase c’è un cambio di paradigma: non è cambiato soltanto il contenuto del bollettino, ma il linguaggio con cui la scienza dialoga con chi deve prendere decisioni.

L’innovazione parte dai dati 

Ogni previsione è affidabile quanto lo sono le osservazioni su cui si basa, per questo una delle innovazioni più significative degli ultimi mesi riguarda la rete di monitoraggio. 

Sono operative in Sudan le cinque nuove stazioni di monitoraggio ACRONET, integrate nel sistema nazionale di osservazione. In un Paese dove il conflitto ha compromesso gran parte delle infrastrutture tecniche, il loro valore va ben oltre l’installazione di nuovi strumenti. 

Ogni misura raccolta valida i modelli meteorologici ad alta risoluzione, migliora la qualità delle previsioni e contribuisce a ricostruire la capacità di osservare il territorio in tempo reale. Non sono semplicemente sensori, sono nuovi punti di connessione tra il territorio e il sistema decisionale nazionale.  

Parallelamente ha continuato ad operare la nuova catena previsionale basata sul modello WRF, capace di produrre previsioni meteorologiche a 72 ore con una risoluzione spaziale di 3 chilometri, oggetto di continua ricerca da parte dei previsori sudanesi grazie anche alla collaborazione in corso con Resurgence UK. La catena operativa è poi integrata con strumenti di monitoraggio della siccità e di previsione delle inondazioni, anche a scala urbana. È proprio questa integrazione tra osservazioni, modellistica e valutazione degli impatti a costituire uno degli elementi metodologici più innovativi. 

Un sistema di allerta è prima di tutto un sistema di collaborazione

La tecnologia, però, non basta: uno degli aspetti più innovativi dell’esperienza sudanese riguarda il modo in cui viene costruita la previsione. 

La nuova Sala Situazioni del National Council for Civil Defence, inaugurata a Port Sudan nel febbraio 2025, rappresenta un diverso modello di governance, non solo un nuovo spazio operativo. È il luogo in cui meteorologi, idrologi, protezione civile e altri enti costruiscono insieme il quadro di rischio. Come racconta Dalal Babikier Mohammed Homoudi, «ora parliamo con una lingua sola»: ogni istituzione nel paese, e attraverso rappresentanti della diaspora, contribuisce con la propria competenza alla costruzione di un’unica valutazione degli impatti. 

La previsione diventa così un processo di coproduzione della conoscenza, in cui ogni disciplina contribuisce a trasformare un dato meteorologico in un’informazione utile per l’azione. 

È un approccio che la comunità scientifica definisce multi-risk e che oggi rappresenta una delle direzioni più promettenti per lo sviluppo degli Early Warning Systems.

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La lezione del Sudan 

Per anni si è pensato che gli Early Warning Systems fossero solo il risultato di istituzioni già solide. L’esperienza del Sudan suggerisce una prospettiva diversa. 

Lo conferma anche il lavoro presentato all’EGU 2026 di Vienna da Abuelgasim Musa, dell’Autorità Meteorologica del Sudan, che ha raccontato come, nonostante la guerra e la fuga di molti tecnici, si sia riusciti a costruire qualcosa di mai realizzato prima: un coordinamento che tiene insieme protezione civile e risposta umanitaria. «Oggi produciamo bollettini che nascono dal lavoro congiunto di più settori», ha sottolineato Musa, «ed è qualcosa che prima della guerra non eravamo riusciti a costruire». 

Nei contesti fragili, un sistema di allerta non è soltanto uno strumento di gestione del rischio, è una parte della capacità istituzionale di un Paese. Continuare a produrre osservazioni, condividere dati, costruire bollettini, mantenere attive reti di collaborazione significa evitare che competenze, procedure e conoscenze vadano disperse proprio quando sono più necessarie. 

In questo senso, il lavoro sviluppato insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e alle istituzioni sudanesi mostra come la cooperazione possa contribuire non soltanto a rispondere alle emergenze, ma a preservare quelle relazioni e capacità nazionali che renderanno possibile la ripresa quando l’emergenza sarà terminata. 

È questa la dimostrazione che metodologie scientifiche, tecnologie e governance possono essere adattate ai contesti fragili senza rinunciare al rigore operativo. 

Perché la domanda, oggi, non è più se sia possibile costruire un Early Warning System durante un conflitto. 

La domanda è se la comunità internazionale possa permettersi di aspettare la pace prima di farlo.

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