Alla UNDRR Global Platform 2025 si discute di dati, tecnologie e conoscenze per ridurre il rischio e salvare vite umane. Ma cosa significa, concretamente, costruire un sistema di allerta in un paese colpito da guerra e crisi climatica? Il Sudan è oggi uno degli esempi più estremi di questa doppia vulnerabilità. Ed è proprio in questo contesto che Fondazione CIMA, insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ha contribuito alla creazione di una rete di monitoraggio, previsione e allerta in grado di resistere alla guerra, proteggere le persone e valorizzare il patrimonio di competenze nazionali, anche se sfollate. Una storia di cooperazione climatica che si fa, giorno per giorno, anche progetto di resilienza.
Tutti i conflitti recenti hanno rafforzato il nesso tra guerre e crisi climatica, ma nessuno scenario di conflitto lo ha mostrato chiaramente quanto il Sudan. Il 15 aprile del 2023 il paese è scivolato nella guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e i ribelli del Rapid Support Forces (RSF). Due anni di scontri violentissimi hanno causato una delle più gravi catastrofi umanitarie al mondo, con tredici milioni di sfollati interni alla ricerca di un riparo dagli scontri tra le due fazioni in conflitto.
Cambiamento climatico e guerre non avvengono su pianeti diversi, né si danno il turno per colpire le comunità. Lo stesso Sudan dove si combatte da oltre due anni è anche il nono paese climaticamente più vulnerabile al mondo, secondo l’indice di vulnerabilità climatica elaborato dall’Università di Notre Dame. Ondate di calore, una stagione delle piogge sempre più imprevedibile e intensa, siccità prolungate e allagamenti sono tra le manifestazioni più ricorrenti degli effetti del riscaldamento globale nel paese. In Sudan la guerra ha portato il 42 per cento della popolazione in una condizione di insicurezza alimentare acuta.

In questo scenario, una delle prime infrastrutture a smettere di operare allo scoppio della guerra è stata l’Agenzia Meteorologica del Sudan, con l’impossibilità di accedere agli uffici di Khartoum presso l’aeroporto a causa degli scontri e quindi l’interruzione dei servizi di previsione e monitoraggio, fondamentali per la popolazione civile e le organizzazioni umanitarie in grado di operare sul campo. A chiunque conoscesse la situazione sudanese era chiaro che questa interruzione rappresentava un’emergenza nell’emergenza.
Quando è scoppiata la guerra nel 2023, Fondazione CIMA lavorava in Sudan già da tre anni. Il primo progetto con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) risaliva al 2020, un lavoro per la mitigazione dei rischi portati da alluvioni nell’area di Mayo, periferia di Khartoum. L’anno successivo erano state gettate le basi del primo sistema di allerta rapida nazionale, nell’ambito del progetto APIS, con la dotazione di strumenti tecnologici, formazione e procedure operative per la protezione civile per favorire un sistema di allertamento coordinato e basato sulla capacità di previsione.
Poi è scoppiata la guerra, che ha cambiato radicalmente la natura e gli obiettivi del lavoro di CIMA e AICS in Sudan, rendendo il lavoro sull’allerta idro-meteo allo stesso tempo più difficile e più urgente.
Quando l’Agenzia Meteorologica del Sudan è stata travolta dalla guerra, è iniziata anche la diaspora dei meteorologi e dei climatologi sudanesi all’estero, in altri paesi africani, Etiopia, Kenya, Egitto. Il lavoro di CIMA e AICS ha permesso a questi esperti sudanesi di continuare a lavorare insieme connessi attraverso i dati dai diversi paesi nei quali si erano ritrovati a lavorare, per fornire un bollettino di protezione civile quotidiano in inglese e arabo, da diffondere ai civili e alle organizzazioni umanitarie.
Fondazione CIMA ha coordinato il lavoro dei tecnici sfollati e gli ha permesso di operare come una vera e propria «Radio Londra del clima», in grado di proteggere il paese attraverso gli strumenti e le procedure della rete African Multi-Hazard Early Warning and Action System (AMHEWAS).
La stagione delle piogge, che colpisce il Sudan tra giugno e settembre, è stata costantemente monitorata, anche negli anni durissimi della guerra. Il patrimonio di conoscenze degli esperti sudanesi, tutelato e valorizzato dal lavoro sul campo e a distanza di CIMA e della cooperazione italiana, ha permesso l’evoluzione dei bollettini, passando, come spiega Dalal Babikier Mohammed Homoudi della Sudan Meteorological Authority, «dalle previsioni meteo alle previsioni sull’impatto, che sono cruciali per le persone, perché permettono di informarle non su come sarà il meteo ma su cosa farà il meteo. Ora parliamo con una lingua sola, che è la cosa che ci era mancata in passato».
Il giorno simbolicamente più importante di questo percorso durato cinque anni, di cui quasi la metà di conflitto, è stato nel febbraio del 2025, quando è stata inaugurata la nuova Sala Situazioni del National Council for Civil Defense (NCCD) nella città di Port Sudan. Quel giorno il paese ha ritrovato un’infrastruttura operativa per la preparazione delle allerte e la gestione operativa delle emergenze, un avanzamento anche per il piano early warning for all EW4All entro il 2027 delle Nazioni Unite. Negli ultimi anni, erano stati aperti in Africa diversi centri funzionali simili a quello di Port Sudan, che operano su scala continentale, regionale o nazionale, ma nessuno era stato inaugurato in un contesto così complesso come quello sudanese.
Con quell’apertura è stata fatta la cosa più difficile nel luogo in cui era più urgente farla, nel pieno di una delle crisi umanitarie più dure nella storia dell’intero continente. Il lavoro di Fondazione CIMA con AICS ha diverse eredità: permette al Sudan di guardare al futuro, pur se in un contesto così difficile, senza aver disperso il suo patrimonio nazionale di conoscenza e competenza. Un pezzo enorme di vulnerabilità climatica ora ha un faro acceso ogni giorno sulle dinamiche che avvengono in atmosfera e sul campo, con la possibilità concreta di mitigare i rischi e salvare vite umane.
Il lavoro di questi anni e la situation room aperta a Port Sudan sono la prova che un progetto di cooperazione climatica può essere allo stesso tempo un progetto di pace. Per ottenere questo risultato è stato fondamentale il lavoro fianco a fianco con gli esperti locali. Come hanno spiegato Nicola Testa e Alessandro Masoero che hanno seguito questi progetti per Fondazione CIMA, «in questo contesto d’instabilità politica, difficoltà e rischi, la resilienza dimostrata dai colleghi è stata davvero una fonte di motivazione per collaborare e unire gli sforzi nella tutela della popolazione e per garantire la continuazione delle attività».




Il progetto “Lotta al cambiamento climatico. Allerta e protezione civile per le inondazioni e le siccità in Sudan – APIS” è stato finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e realizzato da Fondazione CIMA, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Ambasciata italiana in Sudan, l’ufficio di Addis Abeba dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il National Council for Civil Defence (NCCD) del Sudan e i suoi membri, l’Autorità Meteologogica Sudanese, il Centro di previsioni climatiche e applicazioni dell’IGAD (ICPAC) e l’African Union Commission (AUC).