Aprile non ti scoprire, si dice. Un’espressione che descrive bene anche l’evoluzione della risorsa idrica nivale in Italia. Dopo una fase di fusione intensa tra febbraio e inizio marzo, la seconda metà del mese di marzo ha riportato condizioni più fredde e nuove nevicate, introducendo una temporanea pausa nella discesa stagionale.
A metà aprile, a scala nazionale, la neve torna però a seguire il suo ciclo naturale di fusione, con un deficit di equivalente idrico nivale (SWE) pari a circa –11%. La stagione è entrata nella sua fase finale, ma non senza qualche sorpresa lungo il percorso.
Una pausa nella fusione: il ruolo di temperatura e precipitazioni
Marzo ha mostrato un comportamento meno lineare rispetto a quanto osservato nei mesi precedenti. Le temperature, su gran parte delle montagne italiane, sono risultate più basse della media, in particolare sulle Alpi e sugli Appennini centrali.
Questo raffreddamento ha temporaneamente rallentato la fusione del manto nevoso, soprattutto intorno alla metà del mese. Parallelamente, nuove precipitazioni, nevose in quota, hanno interessato diversi settori alpini, in particolare il Piemonte, e ampie aree appenniniche.
Il risultato è stato un breve ma significativo recupero dello SWE, osservabile fino all’inizio di aprile. Un esempio chiaro di come la risorsa nivale sia il risultato di un equilibrio continuo tra “quanto freddo fa” e quanto nevica.


Appennini: una rimonta tardiva ma significativa
È proprio sugli Appennini che questo equilibrio ha prodotto gli effetti più evidenti. Le nevicate di fine stagione hanno portato il manto nevoso a raggiungere, all’inizio di aprile, il picco stagionale più alto dell’intero inverno (+59%).
Si tratta di un segnale positivo per le risorse idriche locali, ma che va interpretato con cautela. Come sottolinea l’esperienza di questa stagione, una rimonta tardiva non è sufficiente a compensare completamente i deficit accumulati nei mesi precedenti.
Nel bacino del Sangro, ad esempio, le recenti nevicate hanno riportato lo SWE vicino ai valori di picco (circa 100 milioni di metri cubi), ma le condizioni di sotto-media osservate fino a poche settimane prima hanno già avuto effetti su ecosistemi, ricarica delle falde e gestione delle risorse idriche.
Come osserva Francesco Avanzi, ricercatore esperto di idrologia nivale di Fondazione CIMA: «La risorsa idrica nivale non è una fotografia di un singolo evento, ma la somma di tutta la stagione. Quando arriva tardi e tutta insieme, può cambiare il paesaggio in pochi giorni, ma non basta a riscrivere quello che è successo nei mesi precedenti. E questo si riflette inevitabilmente su quanta acqua sarà davvero disponibile a valle. Dal punto di vista idrologico, infatti, non conta solo quanta neve cade, ma anche quando si accumula e come evolve nel tempo: una stagione con accumuli tardivi modifica i tempi e i volumi di fusione, influenzando il deflusso e la disponibilità della risorsa idrica nei mesi successivi».
Alpi: una stagione ormai in fase di fusione
Spostandosi verso Nord, il quadro appare più stabile ma già avviato verso la fase finale della stagione. Le Alpi italiane si collocano attualmente leggermente sotto media, con un deficit di circa –16%, e risultano in fusione continua dalla fine di febbraio.
Anche qui le nevicate di fine marzo hanno prodotto un temporaneo incremento, ma senza modificare il quadro generale: il passaggio stagionale dalla neve all’acqua è ormai in corso, in linea con il periodo e con l’avvicinarsi della stagione irrigua.
Po e Adige: due dinamiche a confronto
Tra i grandi bacini italiani emergono differenze nette.


Il bacino del Po continua a distinguersi per una condizione di sostanziale equilibrio: lo SWE si mantiene in linea con la media stagionale (–1%). Un dato particolarmente interessante se confrontato con la percezione mediatica.
«La percezione diffusa è stata quella di un inverno eccezionalmente nevoso, in realtà i dati ci raccontano qualcosa di diverso: più che straordinaria, questa stagione è stata in gran parte in linea con la climatologia. È una normalità a cui non eravamo più abituati, soprattutto perché negli ultimi anni abbiamo osservato una progressiva riduzione della neve, in particolare alle quote medio-basse», spiega Avanzi.
Questa “normalità”, tuttavia, non è uniforme lungo il profilo altimetrico. Le condizioni risultano in linea con la media soprattutto oltre i 2500 metri, mentre permane una carenza di neve alle quote medio-basse, una caratteristica ormai ricorrente negli ultimi anni.

Nel bacino dell’Adige, invece, il deficit resta significativo (–41%), con condizioni paragonabili a quelle del 2022. Anche qui la fusione è già in corso, ma su una base di accumulo inferiore rispetto alla norma.
Cosa aspettarci? Il fattore dominante sarà la temperatura
Guardando alle prossime settimane, il ruolo principale sarà giocato dalla temperatura. Durante la fase di fusione, infatti, è questo il fattore dominante nel determinare la velocità con cui la neve si trasforma in acqua.
Le previsioni stagionali di ECMWF indicano una primavera più calda della media, suggerendo un’accelerazione del processo di fusione rispetto ai valori climatologici. Sul fronte delle precipitazioni, invece, il segnale resta incerto, e quindi non è possibile individuare con chiarezza eventuali opportunità di recupero.


Verso la chiusura della stagione
La stagione nivale è ormai entrata nella sua fase conclusiva. Il tema non è più l’accumulo, ma la trasformazione: quanto rapidamente la neve si fonderà e quanta acqua riuscirà effettivamente a raggiungere fiumi, laghi e invasi.
Il prossimo aggiornamento, previsto a maggio, sarà anche l’ultimo di questa stagione. Sarà il momento per valutare non solo come si è comportata la neve, ma soprattutto quale contributo reale avrà dato alla risorsa idrica estiva.