In cima: montagne in prima linea nel clima che cambia
Le montagne sono tra i primi ambienti in cui il cambiamento climatico diventa visibile. Non perché siano “più fragili” in senso assoluto, ma perché in quota i processi fisici ed ecologici rispondono in modo amplificato: il riscaldamento globale si traduce qui in un riscaldamento dipendente dalla quota, disomogeneo nello spazio e capace di ridisegnare in tempi brevi i confini di neve, ghiaccio e habitat. È come se l’alta montagna accorciasse le distanze tra causa ed effetto, rendendo leggibile ciò che altrove avviene più lentamente.
Acqua, Zona Critica e diversità della montagna che cambia
Questa accelerazione tocca il cuore funzionale dei sistemi alpini. Le montagne sono serbatoi d’acqua: accumulano risorse sotto forma di neve e ghiaccio e le rilasciano a valle, ma la sequenza recente di siccità e la forte variabilità interannuale rendono sempre più complessa la gestione idrica. Nello stesso tempo cambiano gli equilibri della Zona Critica, quello strato sottile in cui “la roccia incontra la vita” e dove avvengono i processi che sostengono gli ecosistemi terrestri: lì si intrecciano flussi di carbonio e acqua, la funzione delle zone umide e delle torbiere alpine, la risposta delle comunità biologiche.
La biodiversità, intesa come diversità di specie, habitat e individui, non si muove da sola: accanto ad essa emerge la geodiversità, la diversità mineralogica, geologica, geomorfologica, idrologica e pedologica che costituisce la base fisica degli ecosistemi, una “compagna silenziosa” che contribuisce a modellarne la resilienza. Su questo scenario si innesta anche l’aumento degli incendi, non solo estivi ma anche invernali, segnale di un nuovo regime di rischio in ambiente montano.
Uno sguardo che attraversa le discipline
Per chi fa ricerca oggi, tutto questo significa una cosa semplice e difficile insieme: non si può più osservare la montagna “a frammenti”, come racconta Martina Leone, dottoranda dell’Università di Genova presso Fondazione CIMA, che ha partecipato alla Student 4 Student Summer School. Ciò che l’ha colpita di più del confronto con altri giovani ricercatori è stata «l’interdisciplinarietà… Un modo di studiare la montagna sempre più attuale, non più a frammenti o a nicchie, ma a cross over, come se ci fosse un’intersezione e un sovrapponimento di conoscenze da un argomento all’altro». Dentro questa prospettiva, anche fenomeni apparentemente specifici — come le siccità della neve e le conseguenze sui deflussi estivi e sulla fusione glaciale nelle Alpi italiane — diventano tasselli di un quadro più grande, che unisce fisica del clima, idrologia, ecologia e gestione del territorio.
Giulia Blandini, ricercatrice in Idrologia e Idraulica presso Fondazione CIMA, aggiunge un secondo sguardo, complementare: racconta quanto sia necessario tenere insieme la dimensione naturale e quella umana, perché parlare di montagne significa parlare anche di turismo, economia, impatti delle attività antropiche sugli ecosistemi d’alta quota. Questa apertura l’ha aiutata ad “ampliare lo sguardo sul sistema montano nella sua interezza”, cogliendo connessioni che spesso restano ai margini del lavoro quotidiano.
È una lezione che risuona con forza anche nelle riflessioni portate da Antonello Provenzale all’evento Montagne che cambiano natura e parchi alla prova del clima organizzato da CIPRA: le montagne come serbatoi d’acqua e archivi del clima, ma anche come indicatori precoci di ciò che sta cambiando nel pianeta e nei nostri sistemi di vita. Le voci di Giulia e Martina — maturate anche grazie al confronto internazionale vissuto lo scorso settembre alla International Mountain Conference — ci ricordano che la ricerca sulle montagne non è solo misurazione di fenomeni, ma costruzione di sguardi capaci di attraversare discipline e scale diverse. Perché è lì, in alto, che il futuro prende forma per primo.
Per approfondire i processi che stanno modificando i rischi naturali nelle aree montane, riportiamo di seguito alcune recenti pubblicazioni.