L’efficacia del sistema di allertamento italiano 

Uno studio guidato da Fondazione CIMA analizza il sistema di allertamento italiano mettendo in relazione il periodo di ritorno degli eventi (associato alla loro gravità) con il livello di allerta emesso. La valutazione, pur confermando la difficoltà di previsione per le precipitazioni intense e localizzate, evidenzia la bontà di un sistema di allertamento che ha da poco compiuto vent’anni 

Si è da poco celebrato, con un evento organizzato dal Dipartimento della Protezione Civile, il ventennale della Direttiva allertamento, che ha definito azioni, strumenti e procedure per affrontare i rischi idrogeologici e idraulici sul territorio italiano. 

Sul nostro sito abbiamo ripercorso la storia e le evoluzioni scientifiche che hanno caratterizzato, nel tempo, il nostro sistema di allertamento. Ma, a vent’anni dalla sua introduzione, possiamo farne una valutazione? In altre parole, è possibile capire se le allerte emesse, prodotte da una combinazione di valutazioni oggettive (modelli) e soggettive (analisi degli esperti) corrispondono alla gravità dell’evento? 

A rispondere a questa domanda è uno studio guidato dai ricercatori di Fondazione CIMA, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile e l’Università di Firenze, recentemente pubblicato sul Journal of Flood Risk Management

La valutazione 

«Il sistema di allertamento italiano, definito nella Direttiva del 2004, gioca un ruolo cruciale nel prevedere e rispondere agli eventi idrogeologici e idraulici, come alluvioni e frane. Una delle sue caratteristiche è la natura ibrida, nel senso che alla componente strettamente modellistica si unisce l’esperienza dei tecnici», spiega Francesco Silvestro, ricercatore di Fondazione CIMA e primo autore dello studio. Come avevamo raccontato, infatti, emissione e gestione delle allerte non sono basate sul mero risultato del modello previsionale, ma richiedono un’interpretazione basata sulle competenze e l’esperienza degli operatori. «Sono dunque due elementi, quello oggettivo dato dal modello e quello soggettivo dato dall’analisi tecnica, che insieme contribuiscono a stabilire il livello di allerta da emanare. Capire quanto e come sta funzionando questo processo diventa allora fondamentale, sia dal punto di vista scientifico sia per la cittadinanza, per garantire che le allerte siano quanto più affidabili possibile». 

La valutazione di un sistema ibrido non è semplice, perché richiede di considerare insieme sia le incertezze intrinseche ai modelli previsionali sia la variabilità legata alla componente di valutazione umana (quella condotta dai tecnici). Diversi studi, condotti in differenti paesi del mondo, hanno presentato delle valutazioni dei sistemi di allertamento: alcuni si basano per esempio su valutazioni costi-benefici, altri su tecniche di post-processamento per stimare l’incertezza delle previsioni.  

Nel loro lavoro, i ricercatori di Fondazione CIMA hanno impiegato un approccio nuovo, che mette in relazione il periodo di ritorno delle portate fluviali, stimato attraverso la modellazione idrologica, con il livello di allerta emesso. «In pratica, possiamo dire che il periodo di ritorno, che indica la frequenza statistica con la quale si verifica un’alluvione, dà una misura della gravità (e della rarità) dell’evento. Quindi, confrontando questo dato con il livello di allerta emesso (per le alluvioni, giallo, arancione e rosso) è possibile valutare se l’allerta ha riflettuto effettivamente il rischio – e, di conseguenza, se le misure di protezione civile sono state proporzionate», spiega Silvestro. «Per stimare questa relazione, ci siamo basati su un modello idrologico, implementato a livello nazionale, che fornisce una descrizione del “mondo reale”; per poter tenere in considerazione anche l’incertezza idrologica e gli errori di calibrazione del modello, abbiamo applicato un’analisi statistica per associare i flussi fluviali al loro periodo di ritorno».  

La validità del sistema di allertamento 

In generale, il confronto tra i livelli di allerta emessi e il periodo di ritorno degli eventi alluvionali mostra una buona correlazione, indicando che il sistema di allertamento è efficace nella maggior parte dei casi: è un risultato che indica l’importanza, per un efficace processo decisionale nell’emissione delle allerte, di integrare le valutazioni umane nei modelli.  

«Rimangono di difficile previsione le precipitazioni molto intense, localizzate e veloci. Si tratta di una sfida storica nell’ambito delle previsioni meteorologiche – e di conseguenza anche di quelle idrologiche. La piccola scala spaziale cui si sviluppano, le specifiche condizioni atmosferiche e la natura improvvisa di questi fenomeni, infatti, rendono difficile la loro rappresentazione sui modelli previsionali», spiega Silvestro. «Il lavoro in questo campo è infatti molto attivo, sia in termini di ricerca scientifica per rendere le previsioni sempre più dettagliate e precise, sia in termini di protezione civile, con lo sviluppo di sistemi che possano informare per tempo la popolazione di un pericolo. Soprattutto, proprio perché permane l’incertezza legata a questi eventi estremi, è fondamentale che sia diffusa, in tutta la cittadinanza, la conoscenza delle buone pratiche necessarie per tutelarsi». 

«L’importanza di questo lavoro, comunque, non è solo nelle conclusioni della valutazione ma anche nell’aver impiegato un metodo d’indagine che può essere esteso ad altri sistemi di allertamento, oltre a quello italiano», conclude il ricercatore. «Gli unici requisiti necessari sono che l’allerta sia emessa su strutture territoriali predefinite (come comuni o provincie) e l’avere a disposizione un modello idrologico sufficientemente dettagliato e affidabile, con una buona rianalisi storica degli eventi».  

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