L’accordo di Parigi ci proteggerà dagli estremi idro-meteorologici?

In una lettera pubblicata su Environmental Research Letters, un gruppo internazionale di ricercatori valuta come il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi possa limitare l’esposizione della popolazione ad alluvioni, siccità e ondate di calore

L’accordo di Parigi, adottato nel 2015, si pone l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali e limitarlo puntando a 1,5 °C, per mitigare i cambiamenti climatici e i loro effetti. Effetti che si verificano, non da ultimo, sugli estremi idro-meteorologici: precipitazioni intense e alluvioni, siccità e ondate di calore sono tra i fenomeni influenzati dal riscaldamento globale. Quale potrebbe essere il risultato del raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi Sull’esposizione della popolazione a questi fenomeni? O, come titola una lettera recentemente pubblicata su Environmental Research Letters: “L’accordo di Parigi ci proteggerà dagli estremi idro-meteorologici?”.

Per rispondere, gli autori, un gruppo internazionale di ricercatori afferenti a Joint Research Centre, University College di Londra, Euro-Mediterranean Centre on Climate Change, Piksel srl e Fondazione CIMA, hanno realizzato una prima valutazione combinata dell’esposizione della popolazione ad alcuni estremi idro-meteorologici.

Un’analisi multi-rischio

Diversi studi hanno già evidenziato come l’aumento della temperatura media del pianeta possa influenzare profondamente alcuni fenomeni naturali, producendo effetti diversi anche a seconda delle aree geografiche considerate. Tuttavia, di solito i fenomeni sono valutati singolarmente; avere un’analisi che li tenga in considerazione insieme può essere importante per capire il rischio complessivo che ne deriva e, quindi, migliorare le previsioni a lungo termine sulla loro evoluzione.

«Nel nostro lavoro ci siamo concentrati su tre fenomeni specifici: le alluvioni, le siccità e le ondate di calore», spiega Lorenzo Alfieri, ricercatore dell’ambito Idrologia e Idraulica della Fondazione CIMA e co-autore dello studio. «In particolare, abbiamo cercato di valutare la loro possibile evoluzione ipotizzando tre diversi scenari di aumento della temperatura media globale; 3, 2 e 1,5 °C; questi ultimi due valori rappresentano gli obiettivi dell’accordo di Parigi».

La valutazione è stata condotta innanzitutto analizzando, sulla base di indicatori specifici, i diversi aspetti della combinazione tra alluvioni, siccità e ondate di calore, tenendo in considerazione la loro intensità, durata, frequenza e distribuzione geografica. Quindi, i ricercatori hanno usato i risultati di questa prima analisi per combinarli con le proiezioni di uno degli scenari previsionali impiegati anche dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo intergovernativo che studia i cambiamenti climatici.

Come cambia l’esposizione della popolazione

«I risultati ottenuti analizzando l’evoluzione di questi tre estremi idro-meteorologici suggeriscono che contenere l’aumento della temperatura entro i 2 °C diminuirebbe l’esposizione della popolazione di oltre il 50% in Africa, Asia e America, e del 40% circa in Europa, rispetto a quanto avverrebbe con un aumento di temperatura di 3 °C», continua il ricercatore. «Il calo dell’esposizione sarebbe ancora maggiore se l’aumento della temperatura media globale fosse contenuto entro l’1,5 °C: nello specifico, sarebbe il 10% in più per Africa, Asia e America, e fino al 30% in più per l’Europa».

Gli stessi autori evidenziano alcuni limiti della loro analisi. Per esempio, non è stato possibile analizzare gli effetti di eventi che si presentino simultaneamente; non è nemmeno stato possibile tenere in considerazione la vulnerabilità delle popolazioni, un parametro fondamentale per la valutazione del rischio. Tuttavia, i risultati danno già un primo importante segnale: «I dati che emergono dal nostro studio rappresentano già una forte indicazione dei benefici che si avrebbero riuscendo a conseguire gli obiettivi dell’accordo di Parigi, con una significativa riduzione delle popolazioni esposte al rischio derivante dagli estremi idro-meteorologici analizzati», commenta Alfieri.

I risultati dello studio, scrivono gli autori, sono tanto più importanti se si considera che il 2020 rappresenta anche l’anno in cui le parti dovranno rivedere i propri contributi determinati a livello nazionale (gli NDCs, nationally determined contributions), ossia gli obiettivi che le singole nazioni si sono date per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi e per i quali, secondo le stime, il loro effetto aggregato a oggi porterebbe a un aumento della temperatura di 2,6-3,1 °C entro la fine del secolo.

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