Siccità: leggere l’estate nella neve che scompare 

Siccità e neve discontinua

È inizio di giugno, le località alpine si preparano alla stagione estiva e un gruppo di ricercatori e ricercatrici risale le montagne non per cercare il fresco, ma per cercare risposte. Oltre agli sci, portano anche le sonde. Non cercano discese, ma chiazze di neve sparse su crinali e conche d’alta quota. Si muovono tra paesaggi irregolari, dove la neve non copre più uniformemente il terreno ma si ritira in isole bianche: frammenti resistenti di un inverno che si dissolve.

È da queste tracce che parte la lotta contro la siccità e le alluvioni. Perché la neve è acqua. E quando quella neve si riduce, cambia forma, diventa imprevedibile, ciò che rischia di venire a mancare è molto più di un paesaggio: è una riserva idrica strategica, nascosta, da cui dipendono fiumi, laghi, colture, vita.

Parlare di neve a giugno non è dunque una stranezza da ricercatori appassionati. È una necessità scientifica, tecnica e ambientale. Perché la gestione della risorsa idrica comincia anche da qui: da un manto nevoso che cambia forma, ma che non perde la sua centralità. Da un gruppo di ricercatori e ricercatrici che si arrampicano tra le montagne non solo per misurare la neve, ma per restituirci una visione più chiara, più profonda, più vera del nostro futuro idrico.

«La neve è il primo mattone del bilancio idrico alpino», spiega Francesco Avanzi, ricercatore di Fondazione CIMA. «Se sbagliamo a valutarne la quantità o le caratteristiche, perdiamo l’occasione di anticipare la siccità, gestire le alluvioni, e più in generale preparare risposte efficaci, dalla gestione dei serbatoi alla previsione dei flussi fluviali».

Il contesto dell’Interconfronto SWE 2025

È partendo da questa nuova consapevolezza che il 3 e 4 giugno scorsi si è svolto a Châtillon e Breuil-Cervinia, in Valle d’Aosta, il VI Interconfronto Snow Water Equivalent (SWE), organizzato da ARPA Valle d’Aosta, Fondazione CIMA e Eurac Research. Due giornate di lavoro, ricerca e misurazioni sul campo che hanno coinvolto oltre 50 esperti provenienti da 21 enti, tra agenzie ambientali regionali, università, Protezione Civile, corpi forestali, produttori di energia elettrica e centri di ricerca operativi.

Negli anni, l’interconfronto SWE si è affermato come uno spazio tecnico e operativo dedicato allo studio della risorsa idrica contenuta nella neve, con un’attenzione costante alla sua misurazione. Ma l’esperienza delle annate particolarmente siccitose del 2022 e 2023 ha acceso i riflettori su un tema emergente: la discontinuità del manto nevoso e la sua crescente diffusione anche in periodi non sospetti.

È in questo contesto che nasce l’edizione 2025 dell’interconfronto. Obiettivo: comprendere meglio le caratteristiche della neve discontinua (snow patches), quella neve che non copre uniformemente il suolo, ma si presenta a chiazze, distribuita in modo irregolare e fortemente influenzata da topografia, radiazione solare, vento e temperature.

Dalla neve continua alle snow patches: un cambio di paradigma

Neve continua
Fig 1. Fotografia di un manto nevoso continuo.

«Nelle condizioni invernali classiche, la neve è continua e il nostro obiettivo è stimarne la quantità d’acqua complessiva a livello di bacino idrografico», precisa Simone Gabellani, referente dell’Ambito Idrologia e Idraulica di Fondazione CIMA. «Ma quando la neve si presenta discontinua, come sempre più spesso accade anche in periodi tradizionalmente innevati, serve un cambio di paradigma. Dobbiamo capire quanta acqua è contenuta in ciascuna chiazza, quanto variano le loro caratteristiche e se possiamo monitorarle da remoto, magari anche da satellite».

Neve discontinua, tipica della stagione della fusione e di annate di siccità
Fig 2. Manto nevoso in stagione di fusione (e durante annate di siccità), caratterizzato da frammentazione in patch irregolari dovuta a processi combinati di radiazione, vento e topografia – Immagine da drone acquisita e processata da U. Morra di Cella (Arpa Valle d‘Aosta) nel contesto del progetto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) SCIA (Sviluppo di algoritmi per lo studio della Criosfera mediante Immagini PrismA).

Questo cambio di prospettiva è urgente. Perché, come mostrano i dati, le condizioni di neve discontinua non sono più l’eccezione legata alla fine della stagione di fusione. Negli ultimi anni, complice l’aumento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni nevose, la discontinuità del manto nevoso si presenta sempre più spesso anche in pieno inverno. Serve quindi un approccio nuovo, in grado di affrontare la complessità di un manto nevoso frammentato che si comporta in modo molto diverso rispetto a quello continuo.

Un protocollo di misura condiviso

Nel corso dell’Interconfronto, i partecipanti hanno avuto modo di mettere alla prova sul campo protocolli di misura dedicati alle snow patches. Dopo un’analisi preliminare effettuata da satellite per individuare le aree con chiazze di neve, sono state formate dieci squadre di cinque persone ciascuna, dotate di strumentazione specifica: sonde per misurare l’altezza del manto (Hs), kit per la misura dell’equivalente idrico nivale (SWE), GPS per localizzare i punti di rilevamento. Ogni squadra ha percorso linee di campionamento regolari distanziate di circa 20 metri, misurando l’altezza della neve e identificando i punti di massimo accumulo, dove sono state scavate trincee per effettuare misure più approfondite.

Rilevamenti VdA

Il ruolo della tecnologia e della comunità scientifica

«Non è facile lavorare con la neve discontinua: mancano dati storici, mancano modelli, manca un linguaggio condiviso», racconta Umberto Morra di Cella, esperto di rilievi UAV e ricercatore presso ARPA Valle d’Aosta e Fondazione CIMA. «Ma ciò che abbiamo visto è che, pur nella loro frammentazione, le patch di neve mostrano una certa ripetibilità di comportamento da un anno all’altro. Questo ci dà una speranza: possiamo iniziare a costruire una conoscenza scientifica solida, a patto di investire in osservazioni e confronti come questo».

Immagini satellitari neve discontinua - siccità
Fig 3. Sequenza di immagini satellitari (14/05/2017, 21/05/2020, 26/06/2019) che evidenzia la distribuzione discontinua del manto nevoso a fine primavera in area alpina – Contains modified Copernicus Sentinel data (2017-2020), processed by Eurac Research, CC BY-SA 3.0 IGO.

Oltre all’aspetto tecnico-scientifico, l’Interconfronto ha avuto anche una forte valenza collaborativa. La presenza simultanea di enti diversi, con approcci, strumenti e competenze complementari, ha permesso di confrontare metodi di misura, discutere le criticità operative, validare dati e proporre ipotesi condivise. Una comunità di pratica che sta crescendo e che rappresenta un tassello fondamentale per affrontare le sfide idriche del futuro.

Dalla neve alla siccità: una transizione da prevedere

Una sfida, quella della neve discontinua, che non può più essere rimandata. Anche perché la gestione della risorsa idrica dipende dalla capacità di prevedere quanto e quando l’acqua derivante dalla neve scenderà a valle. In un mondo sempre più soggetto a crisi idriche, investire nella comprensione della neve, anche (e soprattutto) quando si presenta a chiazze, è un atto di lungimiranza scientifica e ambientale. 

Ecco perché oggi, nella Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, ha senso parlare di neve. Perché la lotta alla siccità comincia anche da qui: da un manto nevoso che cambia forma, ma che non perde la sua centralità. Da un gruppo di ricercatori e ricercatrici che si arrampicano tra le montagne non solo per misurare la neve, ma per restituirci una visione più chiara, più profonda, più vera del nostro futuro idrico.

Condividi