Fondazione CIMA al Festival della Scienza di Genova

Sabato 2 novembre, il presidente di Fondazione CIMA, Luca Ferraris, ha tenuto una conferenza sui temporali e le alluvioni che colpiscono le coste del Mar Mediterraneo

Da cosa originano i violenti temporali che colpiscono le coste del Mar Mediterraneo? È possibile prevederli, e prevederne gli effetti al suolo? Sono sempre avvenuti? E come possono essere influenzati dai cambiamenti climatici? Sabato 2 novembre, nell’ambito del Festival della Scienza di Genova, Luca Ferraris, docente dell’Università degli Studi di Genova e presidente di Fondazione CIMA, ha risposto a questa e altre domande durante la conferenza intitolata “Le insidie dell’acqua”; moderatore dell’evento è stato Giancarlo Sturloni, comunicatore della scienza ed esperto di comunicazione del rischio.

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Un momento della conferenza: a sinistra, il comunicatore scientifico Giancarlo Sturloni, e a destra il presidente di Fondazione CIMA Luca Ferraris

I processi atmosferici alla base di temporali e alluvioni

Giunto alla sua 17esima edizione, il Festival della Scienza è stato dedicato quest’anno al tema “Elementi”. E l’acqua, per gli antichi, era uno dei principali elementi: fonte di vita, ma anche di pericolo. Genova, come molte altre città che si affacciano sul Mar Mediterraneo, questo lo sa bene: i forti temporali che si scatenano tipicamente nei mesi autunnali, come avvenuto anche nelle scorse settimane, hanno causato e continuano purtroppo a causare vittime e danni ingenti. È, come cantava Fabrizio De André in Dolcenera, la canzone scritta in occasione dell’alluvione di Genova del 1970, l’acqua “nera che picchia forte, che butta giù le porte”.

È anche un’acqua che ha un’origine molto particolare: nasce infatti da un incontro, o meglio uno scontro, tra aria fredda che scende dalla pianura Padana e l’aria calda portata da venti come lo scirocco. I temporali che si originano da tale incontro sono caratterizzati da una forma a V quando osservati dai satelliti e da una struttura molto localizzata, che scarica ingenti quantità d’acqua su un’area ristretta.

Immaginiamo di versare la stessa quantità d’acqua nella stessa area di una piscina olimpica e in una vasca da bagno: nella prima gli effetti saranno a stento visibili, mentre la seconda si riempirà velocemente. È per questo meccanismo che i temporali forti e localizzati hanno effetti particolarmente marcati sui bacini piccoli, come quelli liguri, frequentemente colpiti dalle alluvioni.

Storia passata e prospettive future dei temporali

È percezione comune che questi fenomeni siano relativamente recenti. Ma, ha spiegato Ferraris, una ricerca nella letteratura dell’Ottocento ci permette di capire che non è proprio così: nelle stampe e nelle descrizione dell’epoca è infatti possibile riconoscere gli stessi temporali, con effetti al suolo molto simili. A cambiare nel tempo è stata semmai l’urbanizzazione delle nostre città. Questo è particolarmente evidente a Genova, che fino alla metà dell’Ottocento vedeva la sua massima urbanizzazione intorno al porto; torrenti come il Bisagno e il Ferreggiano, diventati tristemente noti per le loro esondazioni, erano invece circondati da orti e campagna.

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I violenti temporali le colpiscono le nostre coste sono sempre esistiti? La nostra percezione ci porta a credere che siano un fenomeno relativamente recente, anche perché in passato la strumentazione non era sufficientemente sofisticata per registrarli in modo puntuale come avviene oggi; la ricerca nelle immagini e nella documentazione dell’Ottocento, tuttavia, suggerisce che temporali forti e alluvioni abbiano accompagnato la storia della nostra regione

Ma già negli anni 40 la città era completamente cambiata: aumentata l’urbanizzazione, il Bisagno tombato è stato circondato da edifici pubblici e privati. Ecco allora che gli effetti di un’esondazione si fanno sentire, mettendo a rischio le persone, le loro case, i loro negozi, le loro auto per strada e nei posteggi sotterranei.

Ciò non significa, comunque, che i cambiamenti climatici restino completamente privi d’influenza sui temporali e le possibili alluvioni conseguenti. Come evidenzia uno studio condotto dai ricercatori di Fondazione CIMA nel 2017, è possibile che la frequenza dei temporali aumenti (sebbene ne resti invariata l’intensità) nella prossima trentina d’anni.

Protezione civile e partecipazione attiva della cittadinanza

Queste le conoscenze che la scienza ha, a oggi, sui temporali e sui loro possibili effetti al suolo. Come usarle, allora, per una protezione civile efficace? Come evitare altre morti e altri danni? È su queste domande che si è incentrato il dialogo tra Sturloni, Ferraris e, non ultimo, il pubblico presente in sala. Uno degli aspetti più importanti tra quelli emersi è l’importanza del coinvolgimento della popolazione nelle strategie di protezione civile. Da quando le allerte meteo-idrologiche sono state introdotte, sono passate dall’essere di stretta competenza dei tecnici a essere uno strumento di fondamentale importanza per avvertire la popolazione di un possibile rischio. Possibile, non certo: perché nonostante gli enormi avanzamenti nella modellistica impiegata per le previsioni, non possiamo ancora avere la totale certezza che il temporale ci sarà, che sarà forte quanto ci aspettavamo, o che colpirà esattamente quella determinata area.

Confrontarsi con l’incertezza non è semplice, ma è fondamentale sia per i tecnici responsabili della gestione di un possibile rischio, sia per le amministrazioni, sia per la cittadinanza. La quale, dicevamo, deve essere sempre più parte attiva di tale gestione. Conoscere (e prendere sul serio) i sistemi di allertamento, mettere in atto comportamenti di auto-protezione, sapere quali sono le zone più a rischio, sono azioni richieste a tutti noi per evitare che non si ripetano più i disastri del passato, per crescere come comunità resiliente di fronte ai rischi.

La conferenza è stata un momento per riflettere e ragionare su questi temi. È stata anche un’importante occasione di scambio, grazie proprio alla moderazione di un esperto di comunicazione e all’interazione del pubblico, che ha permesso di unire le conoscenze strettamente scientifiche con le esigenze e le prospettive di chi non è del settore – ma che con tale settore si deve confrontare ogni volta che, ad esempio, viene emessa un’allerta. E sono proprio questi il confronto e lo scambio che Fondazione CIMA auspica per le proprie attività di ricerca nel settore di protezione civile.

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