Displacement: integrare gli aspetti sociali e legati a esperienza e percezione nella valutazione del rischio

In occasione del World Refugee Day, dedichiamo un approfondimento al lavoro portato avanti da Fondazione CIMA sulla valutazione del rischio di displacement. In particolare, parliamo di come sia possibile cercare d’integrare in questi studi anche variabili socio-culturali e legate all’esperienze delle persone che hanno dovuto abbandonare la propria abitazione a causa di disastri naturali

Ricorre il 20 giugno il World Refugee Day, la giornata internazionale istituita dalle Nazioni Unite dedicata a tutte le persone costrette ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese a causa del “giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche”, come recita la Convenzione di Ginevra del 1951.

Vogliamo dedicare questa giornata a qualche considerazione non solo sui rifugiati ma, più in generale, alle diverse situazioni che possono portare una persona o un gruppo di persone a doversi allontanare involontariamente dalla propria dimora, dai propri cari, dal posto di lavoro. Parliamo delle persone sfollate o displaced, per le quali stiamo portando avanti attività volte a ridurre sia il rischio legato agli spostamenti, favorendo quelli preventivi (ossia le evacuazioni), sia il rischio che le persone, impossibilitate a spostarsi per varie ragioni, rimangano intrappolate, senza neanche la possibilità di allontanarsi dal pericolo.

Se le persone rifugiate hanno uno status legislativo ben definito che li tutela, quello appunto esplicitato dalla Convenzione di Ginevra, per chi è costretto a sfollare la situazione è un po’ diversa. Il termine si applica infatti a chi deve abbandonare il luogo di residenza abituale, sempre per ragioni indipendenti dalla propria volontà, spesso senza godere né di tutele né di supporto. Solitamente, la maggior parte degli sfollati torna nel luogo di residenza precedente in tempi brevi, ma in alcuni casi lo spostamento può diventare permanente. Le cause possono essere diverse e andare dalla presenza di un conflitto ai disastri ambientali, come le alluvioni o le siccità; sono proprio i disastri quelli su cui si concentra l’attività di Fondazione CIMA. Possiamo dunque dire che ogni rifugiato è anche displaced o sfollato, ma non viceversa.

Ampliare lo sguardo sulla vulnerabilità

Per capire come tutelare e supportare le persone displaced, ovviamente, il primo passo è avere un quadro chiaro delle dimensioni del fenomeno. Si tratta però di un passaggio complesso, perché gli spostamenti possono essere ardui da seguire, soprattutto in alcune regioni del mondo; a sua volta, questo può rendere difficile allocare i fondi internazionali di supporto a queste persone. «Esistono tuttavia alcuni validi database internazionali che possono fornire una panoramica sugli sfollamenti. Per esempio, Fondazione CIMA collabora con l’International Displacement Monitoring Centre (IDMC) per la valutazione del rischio di displacement nelle isole di Figi e Vanuatu, paesi insulari particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi, come le alluvioni», spiega Eleonora Panizza, dottoranda dell’Università di Genova che svolge la propria ricerca presso Fondazione CIMA. «Proprio IDMC mette a disposizione un database che raccoglie i dati di diverse organizzazioni e istituzioni che operano sul campo, permettendo di avere un quadro della situazione in diverse aree del mondo. Queste informazioni possono poi essere integrate, per esempio, con quelle disponibili sulla Displacement Tracking Matrix di UN-IOM e dal portale Humanitarian Data Exchange».

Questi dati possono essere la base di partenza per molte attività di supporto alle persone displaced, e contribuire a focalizzare gli sforzi dove più necessari. Sono anche un contributo importante per il lavoro portato avanti da Fondazione CIMA – un lavoro che si svolge soprattutto in ottica preventiva: nostro obiettivo è, infatti, fornire valutazioni del rischio di displacement o, in altre parole, cercare di capire quando, dove e perché il rischio che le persone siano obbligate a sfollare sia più elevato. I nostri ricercatori e ricercatrici si concentrano, in particolare, sul rischio di alluvione , cercando di raffinare gli strumenti a oggi disponibili, soprattutto nella valutazione della vulnerabilità. Come avevamo già raccontato, infatti, questo tipo di analisi si basa, attualmente, sulla vulnerabilità delle abitazioni: in parole povere, si definisce un certo livello di vulnerabilità in base alla probabilità delle stesse di essere rese inabitabili a causa dell’alluvione. Ma, naturalmente, nelle nostre vite abbiamo bisogno di molto altro: ci servono un lavoro, infrastrutture, servizi di base come scuole e ospedali. L’obiettivo del nostro gruppo di ricerca è quindi quello di integrare, sempre più, anche queste componenti nella valutazione del rischio.

Aggiungere informazioni “di prima mano”

Come si può intuire, avere a disposizione e riuscire a integrare tutte queste informazioni non è semplice. Nel suo lavoro di ricerca, però, Panizza fa un passo ancora ulteriore: andare ad analizzare non solo i dati riguardanti i danni alle abitazioni, alle coltivazioni o al bestiame, o ancora alle strutture di servizio, ma rivolgersi direttamente alle persone. Se hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni in un certo momento, perché lo hanno fatto? Quanto conoscono i rischi del proprio territorio? Quante alluvioni hanno vissuto in passato? Esiste, insomma, un vasto insieme di caratteristiche sociali, culturali ed economiche che potrebbero aiutare a capire come le persone si comporterebbero e quali sarebbero le dinamiche di displacement in caso di alluvione. Queste informazioni potrebbero fornire un contributo concreto per indirizzare le politiche e le strategie gestionali nell’area.

«L’obiettivo del lavoro è costruire un agent-based model, cioè un modello che, sulla base delle informazioni riguardanti la popolazione d’interesse, ci può aiutare a capire come diverse politiche possano influenzare il comportamento delle persone e il rischio di displacement», spiega Panizza. «Si tratta di un tipo di modello che consente di includere nell’analisi anche dati di tipo qualitativo ed eterogenei. Nel nostro caso l’obiettivo è di simulare il comportamento delle persone sotto diversi scenari di policy, cercando di capire quali siano i più efficaci per gestire la problematica. Ne abbiamo selezionate cinque, scelte sulla base di quanto emerso in un workshop condotto nel 2021 nella regione IGAD, dove collaboriamo al programma Addressing Drivers and Facilitating Safe, Orderly and Regular Migration in the Contexts of Disasters and Climate Change in the IGAD Region, allora appena iniziato: supporto economico alla popolazione; campagne di awareness; supporto alla ricostruzione delle abitazioni danneggiate; la strategia nota come build back better (nella quale la fase di ricostruzione diventa un momento per rafforzare la resilienza); l’attivazione di sistemi di Early Warning. All’interno del modello, possiamo variare il valore assegnato a ciascuno di questi parametri, per esempio considerando un sistema di Early Warning altamente, parzialmente o scarsamente efficace, simulando un certo numero di false allerte o, al contrario, di eventi non previsti. L’outcome fornito dal modello è poi restituito in termini di numero di persone sfollate, evacuate (cioè che hanno abbandonato preventivamente la propria abitazione), rimaste a casa e, anche, intrappolate, cioè coloro che non hanno avuto la possibilità, per varie ragioni, di allontanarsi».

Per la realizzazione del modello, Panizza, in collaborazione con altri ricercatori e ricercatrici e con il supporto dei data collector sudanesi, ha raccolto le informazioni necessarie direttamente dalle persone dell’area studiata. È partita da un’area ristretta, anche se a livello teorico e con le necessarie risorse l’approccio potrebbe essere praticabile anche su scala più ampia: una piccola zona a nord di Khartum, in Sudan, nella quale il rischio di alluvione e conseguente displacement è elevato (Fondazione CIMA sta infatti lavorando in Sudan anche per rafforzare la gestione del rischio siccità e alluvionale).

Parte del lavoro è ancora in fase di analisi, e riguarda una serie di interviste semi-strutturate a rappresentati di istituzioni e organizzazioni per approfondire la situazione relativa ad alluvioni e displacement nel Paese, e per discutere delle strategie di gestione del rischio esistenti e auspicate. I dati ottenuti tramite i questionari sono invece già stati analizzati. Una parte di essi è stata presentata all’EGU General Assembly 2023, che riunisce il mondo accademico impegnato nelle geoscienze.

«Questa prima parte raccoglie i risultati dei questionari proposti a 300 persone che abitano l’area. Sono dati preziosi per capire la percezione del rischio e le motivazioni del displacement», spiega ancora Panizza.

Displacement Sudan orizzontale ENG

Per esempio, circa il 43% dei rispondenti che hanno dovuto sfollare in passato lo ha fatto a causa dei danni alla propria abitazione, mentre percentuali tra loro paragonabili, comprese tra il 13 e il 18%, lo hanno fatto per danni alle coltivazioni o al reddito, o ancora per paura di un evento alluvionale. Inoltre, solo una piccola percentuale di persone è sfollata prima dell’evento: la maggior parte si è allontanata solo quando ormai l’alluvione era in corso – un elemento importante da tenere in considerazione, tanto per valutare quanto potrebbero essere d’aiuto sistemi di Early Warning quanto perché sappiamo che spostarsi con un’alluvione in corso implica un maggior rischio per le persone. Ancora, oltre la metà dei rispondenti risulta perfettamente consapevole di essere in un’area ad alto rischio alluvionale.

«In generale, queste informazioni forniscono un contributo alla comprensione delle caratteristiche culturali e sociali specifiche del contesto su cui ci siamo concentrati, permettendoci di allargare lo sguardo anche a elementi quali la percezione del rischio e le esperienze vissute da chi vi abita. D’altronde, quando si studiano fenomeni come il displacement, non possiamo non tenere in considerazione la “variabile umana”, perché le nostre scelte, compresi i nostri spostamenti, sono sempre frutto di decisioni complesse, che vanno oltre, per esempio, alla percentuale di danno alla casa», conclude Panizza. «Per quanto possa essere complesso integrare questi elementi nei modelli per la valutazione del rischio, il loro contributo è sicuramente importante. Ricordando che il nostro scopo non è tanto limitare gli spostamenti, che in alcuni casi possono anzi rappresentare una forma di adattamento, quanto evitare quelli forzati, che avvengono in situazioni di emergenza – tanto più se si tiene in considerazione che c’è anche chi non ha modo di spostarsi nemmeno in questi casi. Riducendo gli impedimenti allo spostamento o aumentando le risorse economiche, si consente alle persone che avrebbero bisogno spostarsi di farlo senza essere intrappolati».

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