COP30: displacement, saperli leggere per decidere il futuro

COP30 Brasile Displacement

Per quanto si scelgano le terre migliori, e le si curi come fossero figlie, se non c’è la pioggia… non c’è. E se poi la pioggia decide di cadere tutta assieme in un solo giorno e spazza via le pile di miglio, la benedizione si trasforma in sventura. Il sole non era più lo stesso, neanche il vento e la pioggia. […] e così erano cambiati anche gli uomini. Non c’erano più feste, c’erano litigi! Al mercato non si contrattava più, ci si guardava in cagnesco. E sulle rive del lago era anche peggio, raccontavano i viaggiatori. […] Insomma era tutto incerto, ormai. Lì non si poteva più pianificare un futuro. 

Quella di Moussa, raccontata nel libro Effetto serra, effetto guerra di Antonello Pasini e Grammenos Mastrojeni, non è solo una storia individuale. È un racconto emblematico di come la pressione ambientale possa intrecciarsi con l’erosione delle relazioni sociali, con la perdita graduale dei mezzi di sostentamento, con l’impossibilità di immaginare un futuro. È nella disgregazione silenziosa del quotidiano che prende forma la mobilità indotta dal cambiamento climatico. A volte un evento estremo, a volte solo la constatazione che restare è diventato insostenibile.

È in questo spazio grigio – tra il desiderio di resistere e la necessità di partire – che si colloca il rischio di displacement. Ed è esattamente questo spazio che alla COP30, a Belém, è diventato uno dei punti focali della discussione globale.

Comprendere il rischio: il Global Disaster Displacement Risk Model 

Il nesso tra cambiamento climatico e mobilità umana è al tempo stesso evidente e sfuggente. Evidente, perché le alterazioni del clima impattano direttamente sui mezzi di sussistenza, sulle disponibilità idriche e alimentari, sull’accesso a risorse vitali. Sfuggente, perché questi impatti si inseriscono in un contesto di estrema complessità socio-politica e culturale, che rende difficile, spesso impossibile, isolare un’unica causa alla base di uno spostamento. 

Nel quadro della scienza del rischio, parlare di “mobilità indotta dal clima” implica affrontare la questione con uno sguardo sistemico e interdisciplinare, che riconosca la natura multi-causale, non lineare e profondamente situata dei fenomeni migratori. 

Per modellare questa complessità, alla COP30 Fondazione CIMA, con la United Nations University – Institute for Environment and Human Security (UNU-EHS), ETH Zurich, Earth Observatory of Singapore e l’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), ha presentato il Global Disaster Displacement Risk Model, lanciato in due eventi ospitati dall’International Organization for Migration (IOM) e dal Global Centre for Climate Mobility e dedicati al ruolo dei dati nella riduzione delle perdite e dei danni. 

Climate Mobility Pavilion COP30 Displacement 2

Il modello introduce, per la prima volta su scala globale, una metodologia probabilistica multi-rischio capace di stimare il numero di persone che potrebbero essere costrette a spostarsi a causa di alluvioni fluviali e costiere, cicloni tropicali e siccità, sotto diversi scenari climatici fino alla fine del secolo. 

Fondazione CIMA ha sviluppato in modo diretto e completo la componente relativa alle alluvioni fluviali, grazie all’expertise sviluppata in modo progressivo, partendo dallo studio in contesti locali come Fiji e Vanuatu, passando per analisi regionali nel Corno d’Africa, fino a raggiungere la scala globale, garantendo una validazione empirica solida e una crescente robustezza metodologica. 

Un elemento particolarmente innovativo introdotto da CIMA è infatti il concetto di vulnerabilità integrata, che combina il danno fisico con la perdita di mezzi di sussistenza (loss of livelihood), permettendo una rappresentazione più completa dei meccanismi che determinano lo spostamento. 

Inoltre, il lavoro ha portato allo sviluppo di due indicatori fondamentali – average annual displacement e probable maximum displacement – che offrono parametri quantitativi essenziali per pianificare risposte efficaci e valutare, ad esempio, la capacità dei sistemi di accoglienza. 

Una delle implicazioni più rilevanti dello studio delle proiezioni future, riguarda l’utilizzo di catene modellistiche con scenari che mantengono costanti l’esposizione e la vulnerabilità, quindi proiettando nel futuro la popolazione e l’esposizione al pericolo che si stimano nel presente. 

Come spiega Lauro Rossi, Direttore di Programma di Fondazione CIMA:

«Quello che osserviamo nelle proiezioni di fine secolo non è una fotografia del futuro, perché sappiamo che in molti Paesi la popolazione esposta cambierà in modo significativo. Ma proprio mantenendo costanti esposizione e vulnerabilità riusciamo a isolare il segnale del cambiamento climatico.È un’operazione rigorosa: anche in uno scenario di esposizione e vulnerabilità statica, solo la componente climatica può portare a un rischio di displacement che raddoppia o triplica, a seconda delle aree. Sapere che un aumento di 3°C non si traduce solo in più eventi estremi, ma in più persone costrette a spostarsi, è un’informazione fondamentale. Ed è per questo che questi dati devono entrare con forza nelle decisioni politiche. Il modello rende possibile proprio questo: quantificare per decidere».

Global Disaster Displacement Risk Model

Perché questi dati contano: informare le politiche di adattamento

Il concetto di displacement e quello di loss and damage legati ai cambiamenti climatici non erano formalmente inclusi nella Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) del 1992.

La questione del displacement è stata affrontata esplicitamente solo nel 2007, con il Bali Action Plan, che ha portato alla sua inclusione formale nel Cancun Adaptation Framework del 2010. Sebbene migrazione e displacement climatici fossero già citati nel primo rapporto IPCC del 1990, il tema ha acquisito reale centralità solo alla fine degli anni 2000, entrando ufficialmente nel processo UNFCCC alla COP16 di Cancun nel 2010.

Con l’Accordo di Parigi è stato poi istituito il Task Force on Displacement, incaricato di “sviluppare raccomandazioni per approcci integrati volti a prevenire, ridurre al minimo e affrontare il displacement legato agli impatti avversi dei cambiamenti climatici”.

Infine, il Santiago Network, istituito nel dicembre 2019 con l’obiettivo di affrontare concretamente gli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo, compreso il displacement, è stato annunciato come pienamente operativo pochi giorni fa alla COP30 durante l’evento Santiago Network in Action.

Oggi l’attenzione sulla mobilità climatica è quindi crescente, alla COP30 e nel dibattito internazionale, ma senza numeri non si possono costruire politiche efficaci. I dati permettono ai decisori di comprendere dove il displacement è e sarà più probabile e con quale intensità; dimensionare le capacità di risposta e gli spazi di accoglienza; integrare la mobilità nei piani di adattamento e nei sistemi di allerta precoce; anticipare gli impatti futuri isolando il contributo del cambiamento climatico.

Come sottolinea Luca Ferraris, Presidente di Fondazione CIMA: «Il dibattito alla COP30 mostra chiaramente che non basta sapere che il cambiamento climatico aumenta il rischio. Dobbiamo sapere quanto, dove e per chi. Solo così si costruiscono politiche giuste e meccanismi di protezione che non lasciano indietro nessuno».

Guardare avanti: dalla scienza all’azione

Nelle sale della COP30, tra padiglioni dedicati alla mobilità e consultazioni tecniche, emerge una convinzione condivisa: non esiste adattamento efficace senza una lettura scientifica della mobilità climatica. Dare un numero allo spostamento non significa ridurre la complessità delle vite umane, ma offrire strumenti per proteggerle.

La scienza del rischio, nelle parole dei nostri ricercatori, non è un esercizio astratto: è un modo per restituire capacità di previsione a comunità che l’hanno perduta. E mentre il confronto internazionale continua, i dati diventano un ponte tra il presente e ciò che ancora può essere evitato.

Perché, come ricorda Lauro Rossi: «La modellazione quantitativa, basata su metodi il più rigorosi possibile, è l’unico modo per sostenere decisioni informate. Modellare una decisione umana non è mai semplice, perché il displacement non dipende solo dalla forzante climatica, ma dall’interazione dinamica tra impatti ambientali fisici e elementi di vulnerabilità sociale, legati ai mezzi di sussistenza. Portare un’analisi quantitativa rigorosa in questo campo significa riconoscere questa complessità e costruire strumenti che la rappresentino con la massima solidità possibile. Senza quantificazione non c’è azione, e senza azione non c’è adattamento».

E in questo spazio tra analisi e decisione, Fondazione CIMA porta una visione chiara: trasformare la conoscenza in capacità per il futuro.

Condividi