Raccontiamo alcune delle ricerche condotte negli ultimi mesi dai nostri ricercatori dell’ambito Ecosistemi Marini
È estate, e molti di noi passano le vacanze al mare… Ma quanto sappiamo delle specie che vivono sotto la superficie dell’acqua? I ricercatori del nostro ambito Ecosistemi Marini studiano da anni i cetacei, concentrandosi in particolare su quelli che popolano il Santuario Pelagos, per capire lo stato di salute delle popolazioni e i rischi principali cui sono sottoposti, e cercando d’individuare strategie per mitigarli.
Vogliamo approfittare del periodo estivo e della “stagione da spiaggia” per raccontarvi alcuni degli studi che hanno pubblicato in questi primi mesi dell’anno al riguardo!
Studiando lo zifio
Gli zifidi sono una famiglia di cetacei ancora relativamente poco conosciuta, soprattutto rispetto ad altre specie molto più iconiche. Proprio a questa conoscenza ancora scarsa è dedicata una lettera pubblicata su Science e firmata da Songhai Li, della Chinese Academy of Sciences, e Massimiliano Rosso del nostro ambito Ecosistemi Marini.
I due ricercatori partono dalla considerazione che le poche informazioni che abbiamo sugli zifidi vengono spesso da individui spiaggiati – eppure c’è probabilmente molto da scoprire, come dimostrano le notizie di possibili avvistamenti di nuove specie (tra cui il mesoplodonte nel Mar Cinese Meridionale, anch’esso riportato in un articolo firmato dai nostri ricercatori). A esclusione di alcune aree del nord-ovest del mondo, la ricerca su queste specie è ancora ai primordi.
Per non rischiare di perdere questi animali prima ancora di averli conosciuti, e per capire quanto e come le attività antropiche li minaccino, politiche di tutela, finanziamenti, formazione e ricerca devono muoversi insieme per indicare le corrette strategie di conservazione.
Poco prima della pubblicazione della lettera, a inizio anno un altro articolo aiutava ad aggiungere qualche tassello sulla distribuzione di una particolare specie di zifide, lo Ziphius cavirostris. Si tratta della prima segnalazione di spiaggiamenti di zifio lungo le coste della Tunisia. La presenza della specie nell’area non era stata ancora accertata e anzi si riteneva che le acque tunisine potessero non essere un habitat idoneo: la documentazione presentata nell’articolo suggerisce invece che la specie possa vivere anche in quest’area, nella parte nord occidentale. Sarà dunque importante cercare di saperne di più sugli zifi che popolano la zona anche, eventualmente, nella prospettiva di inserire la zona tra le Important Marine Mammal Protected Areas of Mediterranean Sea della IUCN.
I modelli per studiare la distribuzione dei cetacei. E proteggerli dalle collisioni
Per i cetacei, e in particolare le specie già a rischio di estinzione, le collisioni con le imbarcazioni possono rappresentare un pericolo significativo. A questo problema sono stati dedicati due diversi lavori, entrambi frutto delle ricerche svolte nell’ambito del progetto SICOMAR plus, finanziato nell’ambito del programma Interreg Marittimo Italia-Francia e dedicato a migliorare la sicurezza di navigazione nell’area marittima transfrontaliera.
Il primo, apparso sulla rivista Aquatic Conservation, aveva lo scopo stabilire le basi metodologiche per analizzare la dinamicità dell’habitat dei cetacei, nello specifico della balenottera comune nell’area del Santuario Pelagos. Per le balenottere mediterranee infatti, il Santuario Pelagos rappresenta una importante zona di alimentazione estiva: ciò le espone maggiormente al rischio di collisioni con le imbarcazioni, un problema particolarmente grave se si considera che la specie è già classificata come “vulnerabile” dalla IUCN. Per identificare le aree più a rischio, i ricercatori hanno sviluppato due diversi modelli utilizzando i dati raccolti nell’arco di dieci anni utilizzando i traghetti come piattaforma di osservazione. Quindi hanno confrontato i risultati forniti dai modelli la fine di stabilire il modello di distribuzione più efficace. Il lavoro ha permesso di evidenziare una significativa variabilità nella distribuzione delle balenottere da un anno all’altro, che a sua volta influenza il rischio di collisione (stimato come funzione della sovrapposizione tra la probabilità dell’occorrenza di balenottere e la densità di traghetti), evidenziando la necessità di azioni dinamiche di gestione del rischio.
La seconda ricerca, invece, sviluppa un’analisi del rischio “statico”, avendo come obiettivo l’individuazione di strategie di conservazione applicabili ed efficaci. In altre parole, gli autori hanno identificato gli hotspot stabili di distribuzione della balenottera comune e del capodoglio lungo i principali corridoi di traffico nel Santuario Pelagos. I ricercatori sottolineano come, nonostante l’elevata variabilità inter-annuale della distribuzione dei cetacei riportata nel precedente articolo, attraverso analisi ad hoc di dataset a lungo termine sia possibile evidenziare schemi statici da impiegare per la gestione del traffico navale.
Se questi lavori hanno soprattutto lo scopo di limitare il rischio di collisione, vale comunque la pena segnalare che i modelli ecologici impiegati in queste ricerche possono avere anche altre applicazioni. Lo mostra, per esempio, l’articolo pubblicato a maggio su Frontiers in Marine Science, nel quale sono stati impiegati per valutare le preferenze di habitat delle diverse specie (in particolare, le otto più avvistate nell’area compresa tra penisola iberica, le coste africane e le isole della Macaronesia) e prevedere gli habitat per loro più idonei. I risultati ottenuti tramite i modelli forniscono una serie di indicazioni: per esempio, le aree costiere rappresentano un habitat importante per i tursiopi, altre specie di delfini hanno una distribuzione più oceanica, mentre le nicchie previste per lo zifio e la balenottera minore si trovano principalmente in alto mare a latitudini settentrionali. Per tutte le specie, i modelli suggeriscono che le aree intorno alle montagne sottomarine offrano habitat adatti e probabilmente di grande rilevanza: approfondire le indagini in tali aree potrebbe quindi contribuire a sviluppare piani di gestione adeguati e attualmente mancanti.
Per finire: uno sguardo a nord
Se finora abbiamo citato soprattutto lavori focalizzati sulla distribuzione e le dinamiche di popolazione dei cetacei, c’è un ultimo articolo che merita di essere citato. Si tratta di una ricerca condotta in collaborazione con due ricercatrici dell’Università dell’Islanda, dedicata a indagare l’organizzazione sociale di una specie che non troviamo nelle acque italiane: è il lagenorinco rostrobianco (Lagenorhynchus albirostris), un delfino che vive nell’oceano Atlantico settentrionale.
Le dinamiche sociali nei vertebrati influenzano svariate variabili ecologiche, tra le quali la vulnerabilità alle attività antropiche e la trasmissione di malattie. A oggi, nulla si sapeva sul lagenorinco nonostante, come le altre specie artiche, abbia un futuro incerto a causa dei cambiamenti climatici. In questo studio, i ricercatori hanno mostrato che il lagenorinco ha una dinamica nella quale i gruppi di individui si creano e si disfano nel tempo (si parla, in ecologia, di dinamica fission-fusion) e molto flessibile, con la creazione di relazioni sia a breve sia (più di rado) a lungo termine. Ciò rispecchia quanto osservato in altri delfinidi, che pure vivono in ambienti completamente diversi, come le acque tropicali; questo suggerisce che il tradeoff generale tra dimensioni del gruppo, rischio di predazione e successo di alimentazione, ossia gli elementi che modellano l’organizzazione sociale, superi gli adattamenti locali.
Inoltre, osservano gli autori, la creazione di gruppi relativamente piccoli potrebbe essere legata alla disponibilità disomogenea delle risorse. Infatti, la distribuzione e l’abbondanza delle prede del lagenorinco è cambiata negli ultimi anni a causa delle variazioni di temperatura e salinità nelle acque islandesi.