Attraverso tre esempi, raccontiamo le nostre attività che intrecciano arte e scienza per raccontare lo studio dei rischi climatici e della protezione civile
I grandi scienziati sono sempre anche artisti
A. Einstein
Un’alluvione, un incendio, una siccità: tutti fenomeni che toccano ciascuno di noi nel profondo, che quando si verificano ci portano a riflettere sui rischi con cui ci dobbiamo confrontare, sull’importanza di tutelare la vita umana e, con lei, il nostro pianeta. Purtroppo, tendiamo a sentirci coinvolti solo nel momento in cui si verificano, soprattutto se vicino a noi. In questo senso, raccontare e fare informazione sui temi della protezione civile e del rischio non è semplice, perché la sensibilità è più accesa al verificarsi di un’emergenza, e molto meno in “tempi di pace”, quando non si sono verificati disastri e non ci sono (o non percepiamo) pericoli.
Questa è una difficoltà e allo stesso tempo la ragione che rende importante la comunicazione sui rischi e sulla protezione civile. Come renderla efficace? Sempre più, negli ultimi anni, molti ambiti della scienza si sono avvicinati all’arte per raccontare il proprio lavoro e svolgere attività di divulgazione e sensibilizzazione. Gli esempi sono più scarsi nell’ambito della ricerca sulla mitigazione dei rischi: Fondazione CIMA, però, ci sta provando e dal 2022 tutte le nostre proposte in questo campo sono raccolte su un sito dedicato. Portate a festival scientifici, nelle scuole e in altre occasioni pubbliche, alcune di esse sono state anche presentate all’EGU General Assembly 2024, il principale congresso annuale nell’ambito delle scienze della Terra.
Un rapporto da riallacciare
Arte e scienza sono state per molti secoli legate da un rapporto stretto, nel quale lo studio del mondo naturale passava attraverso la sua rappresentazione. Gli esempi, anche famosissimi, non mancano: i capolavori di ingegneria e anatomia di Leonardo da Vinci, oppure, un centinaio d’anni dopo, la Micrografia in cui Robert Hooke ha rappresentato il mondo visto al microscopio. Ad accomunare il mondo scientifico con quello artistico, tanto da portare spesso a una fusione tra la figura dello scienziato con quella dell’artista, è un’origine comune nell’indagine di ciò che ci circonda, nella capacità di formulare un pensiero astratto e dare una rappresentazione sintetica del mondo.
Nel corso dei secoli, le figure di scienziato e artista si sono progressivamente allontanate a favore di una maggior specializzazione delle due discipline, anche se il legame non è mai andato perso del tutto. Ma è soprattutto oggi che riallacciano il loro rapporto, in un periodo nel quale la scienza, uscita dalla sua “torre d’avorio”, è chiamata a confrontarsi e dialogare con il mondo pubblico e politico per spiegare le proprie ragioni, gli obiettivi che persegue, i metodi applicati, le potenziali applicazioni (e implicazioni) dei propri risultati.
In questo lavoro, l’arte diventa un’alleata preziosa, in grado di catturare l’attenzione con un semplice sguardo e, attraverso le emozioni, di trasmettere un’urgenza come difficilmente potrebbero fare lunghe spiegazioni tecniche. Sono così fiorite una moltitudine di iniziative che coinvolgono artisti, musei, istituzioni scientifiche di varia natura per riallacciare quello storico rapporto tra arte e scienza.
Arte come scienza, scienza come arte
Anche Fondazione CIMA ha scelto di raccontare il proprio lavoro attraverso l’arte. Non è un processo semplice. Discipline come per esempio la biologia o l’astronomia sono da sempre, almeno in parte, legate alla rappresentazione grafica dei propri oggetti di studio, ma il nostro lavoro si concentra sulla previsione e il monitoraggio dei rischi e passa attraverso strumenti quali le equazioni matematiche alla base dei modelli numerici, algoritmi per l’analisi e il processamento delle informazioni satellitari, sistemi d’intelligenza artificiale… Strumenti, insomma, profondamente tecnici e i cui prodotti non sempre si prestano al mondo artistico. La sfida è già affrontata da altri ricercatori, con risultati affascinanti: ne è un esempio il lavoro di Tadashi Tokieda, matematico della Stanford University (e precedentemente pittore), che ha realizzato giocattoli artistici per mostrare i risultati della propria ricerca.
Inoltre, l’obiettivo della comunicazione scientifica sui temi dei rischi legati al cambiamento climatico e della protezione civile non dovrebbe essere solo quello di richiamare l’attenzione sull’esistenza e la gravità dei pericoli, ma anche e soprattutto stimolare una riflessione sull’importanza della prevenzione. Gli esempi in questo senso sono limitati, anche se la pandemia di COVID-19 ha stimolato alcune iniziative che operano in questa prospettiva. L’arte ha, comunque, il grande potere di offrire una prospettiva emotiva dei rischi, aiutando il pubblico a riflettere su cause, conseguenze e possibili strategie per affrontarli.
Le lingue dell’arte sono molteplici e, per rendere quanto più possibile efficace la comunicazione, abbiamo scelto di “parlarne” diverse, sperando così di toccare la sensibilità di pubblici – persone – differenti. Così, Fondazione CIMA ha nel corso degli anni esplorato la pittura, le installazioni, la fotografia, il teatro. Proviamo ad approfondire alcuni esempi.
La memoria e le impronte dei rischi
«Solo che non avvisa, l’acqua, quando decide di tornare a riprendersi gli spazi che crede siano i suoi». Le parole sono tratte dal monologo Piove, interpretato dall’attrice e regista ligure Annapaola Bardeloni e scritto per la campagna nazionale Io non rischio, promossa dal Dipartimento della Protezione Civile. È l’interpretazione dell’alluvione del Polesine del 1951, che racchiude in sé anche le storie di molte altre alluvioni, e mira a esserne la memoria. Quest’ultima, come evidenzia un editoriale del 2015 del Natural Hazard Observer, ha un valore duplice. Rappresenta infatti uno strumento di catarsi per le persone coinvolte in un disastro; ed è una forma di testimonianza che può vivere a lungo, trasmettendosi tra le generazioni, per esempio nei momenti di commemorazione. Aiuta in questo modo ad accrescere la consapevolezza del rischio e, con essa, a incoraggiare la resilienza delle comunità. Si può riconoscere anche un terzo valore al potere della memoria: quello di poter creare un’identità di gruppo in virtù di un passato (o di un vissuto) comune. È, questo, un ingrediente importante per la coesione della comunità, che a sua volta, secondo gli studi, può favorire la preparazione ai disastri e la cooperazione pubblica.
È in quest’ottica che si è sviluppato anche un altro progetto di Fondazione CIMA, che ha portato alla mostra Eventi che lasciano il segno, anch’essa realizzata nell’ambito della campagna Io non rischio. La mostra è la raccolta delle testimonianze degli effetti degli eventi estremi – testimonianze che passano dalle immagini fotografiche o dalla voce di chi le ha vissute. Si struttura quasi come un percorso che attraversa i borghi italiani (le località sono raccolte in una mappa interattiva), narrando i rischi della nostra penisola: terremoti, incendi, alluvioni. Ciascuno di essi lascia un’impronta sul territorio e sulle persone che lo abitano; non a caso, la mostra è stata presentata durante il festival della Scienza di Genova, il cui tema per il 2023 era proprio Impronte.
Comunità
Non sono solo le memorie del passato, ovviamente, a rafforzare l’identità di gruppo o di comunità. Sebbene ora molti progetti di Fondazione CIMA abbiano portata internazionale, il legame con il territorio in cui siamo nati non è mai andato perso e molte nostre attività ci portato a lavorare con e per i luoghi che ci circondano. Anche attraverso l’arte: è nato così il progetto Un muro lungo un film, nel quale abbiamo realizzato, in collaborazione con artisti locali, un murale a Cairo Montenotte, un piccolo Comune nell’entroterra savonese. L’opera presenta diversi elementi che fanno riferimento alla storia del territorio: il suo stesso snodarsi in un rullino fotografico ne richiama la storia industriale.
Il messaggio non è in questo caso racchiuso nella memoria di un disastro passato, bensì in una ricchezza presente, ma a rischio. Obiettivo del murale è infatti il richiamo alla ricchezza della biodiversità, faunistica e vegetale: una texture basata sulle specie arboree del territorio incornicia gli animali selvatici, il cui sguardo è diretto all’osservatore, in un invito istintivo a ricambiarlo. Torna quindi, in questo caso, la narrativa artistica dei temi di conservazione della natura che caratterizza moltissimi progetti in tutto il mondo, a partire dalle stampe della serie Endagered Species che Andy Wharol realizzò nel 1983.
Perché proprio un murale? Una vasta rappresentazione su un muro cittadino, con la quale chiunque può liberamente interagire: la street art è forse la forma di arte più accessibile in assoluto, a disposizione di tutta la comunità.
Dall’arte all’azione?
Sono, questi, solo tre esempi di un ricco filone di attività di Fondazione CIMA che fonde arte e scienza. Si tratta di un lavoro che abbiamo iniziato a svolgere fin dalla nostra nascita e che oggi rientra anche nell’ambito di alcuni progetti internazionali; un lavoro che, proposto in diverse occasioni (portato nelle scuole, negli eventi pubblici, ai festival scientifici) sembra aver avuto buona accoglienza e ci ha anche portati, nel 2023, a collaborare alla redazione delle linee guida per il Museo della Scienza e della Tecnologia di Addis Ababa.
Il potere dell’arte nel trasmettere messaggi sotto forma di emozioni, anche di carattere scientifico, è ampiamente riconosciuto in letteratura e giustifica il fiorire d’iniziative in tutto il mondo. Per quanto riguarda Fondazione CIMA, non sono mancate le opportunità di far conoscere queste elaborazioni artistiche del nostro lavoro, e il riscontro – informale – è stato positivo. Vari, però, sono gli aspetti ancora da approfondire. Possiamo dire che l’arte ha contribuito a una maggior sensibilizzazione nei confronti dei rischi? È stata davvero il veicolo per spingere a una modifica dei comportamenti?
Sono domande ancora aperte e di difficile risposta, anche perché questa richiederebbe uno studio a lungo termine. Tuttavia, possiamo ipotizzare una valutazione attraverso questionari e interviste che possa guidarci nel proseguimento di queste attività. A vantaggio non solo della cittadinanza, ma anche dei nostri stessi ricercatori e ricercatrici: come ogni rapporto valido, infatti, l’interazione tra arte e scienza non è a senso unico. L’arte non solo fornisce a chi fa ricerca nuove vie e approcci per comunicare il proprio lavoro nella sua complessità ma, come osserva un articolo del Smithsonian Magazine, può «influenzare il modo in cui gli scienziati fanno la scienza», stimolando – potenzialmente – ispirazione, curiosità e creatività.