Nelle ultime settimane, le immagini di nevicate diffuse hanno occupato ampio spazio nel racconto mediatico dell’inverno italiano. Paesaggi imbiancati e accumuli localmente significativi hanno restituito l’idea di una stagione finalmente più generosa. Quando però si parla di risorsa idrica nivale, la percezione visiva è solo una parte della storia. Per capire quanta acqua sia effettivamente immagazzinata nella neve e quale potrà essere il suo contributo idrico nei mesi successivi, è necessario affiancare alle immagini un’analisi quantitativa e variabile da zona a zona.
Il secondo aggiornamento di Fondazione CIMA sulla risorsa idrica nivale mostra un quadro complessivamente in miglioramento rispetto a metà dicembre, con un deficit nazionale che si attesta intorno al -33%.
Un dato che segnala una parziale ripresa, ma che nasconde una forte eterogeneità spaziale. La neve, infatti, non si distribuisce in modo uniforme: cambia da bacino a bacino, da valle a valle, e soprattutto con la quota.

Nord-Ovest: un recupero che cambia con l’altitudine
Nel Nord-Ovest, tra fine dicembre e inizio gennaio, si osservano gli accumuli più consistenti. Il bacino del Po è rientrato all’interno della normale variabilità interannuale, con un deficit contenuto intorno al -19%, grazie alle nevicate pre-natalizie.
Tuttavia, anche in questo contesto apparentemente favorevole, la distribuzione altimetrica gioca un ruolo chiave. Alle quote intorno ai 1500 metri, alcune aree mostrano condizioni prossime o superiori alla media, mentre alle altitudini più elevate l’accumulo resta inferiore ai valori attesi. È un elemento rilevante, perché la neve alle quote più alte è quella che contribuisce in modo più efficace alle riserve idriche primaverili ed estive.

Il “caso Prato Nevoso”: quando la neve fa notizia
Il 30 dicembre, le immagini e i racconti su Prato Nevoso hanno riportato la neve al centro dell’attenzione mediatica, dando l’impressione di un evento eccezionale. Ma cosa ci dicono i dati quando mettiamo questa giornata in prospettiva storica?
Per rispondere, abbiamo confrontato lo SWE registrato a Prato Nevoso il 30 dicembre di ogni anno dal 2010 al 2025. Il risultato è chiaro: il valore di quest’anno è certamente elevato e indica un accumulo molto buono, ma non rappresenta un record. In almeno tre inverni recenti (2010, 2013 e 2019), l’accumulo a parità di data è stato maggiore.
In altre parole, ciò che è sembrato “straordinario” lo è soprattutto nella nostra percezione: sempre più spesso non siamo più abituati a un inverno con precipitazioni regolari e a un manto nevoso in grado di costruirsi in modo continuo nel tempo. Quando questo accade, la neve torna a sorprenderci. Ma i dati mostrano che, almeno in questo caso, si tratta semplicemente di “un inverno che sta facendo l’inverno”.

Nord-Est: il volto della siccità da neve
Lo scenario cambia sensibilmente spostandosi verso il Nord-Est. Nel bacino dell’Adige il deficit rimane marcato, intorno al -67%, e lo SWE risulta sostanzialmente invariato dall’inizio di dicembre, a causa dell’assenza di nuove nevicate.
La distribuzione con la quota riflette un pattern tipico delle snow droughts1: accumuli molto ridotti alle quote medio-basse e anomalie ancora significative anche oltre i 2000 metri. Una situazione che, se persistente, potrebbe influenzare la disponibilità idrica nei mesi successivi.

Appennini: segnali di ripresa, ma la neve resta effimera
Sugli Appennini si registra un miglioramento rispetto a metà dicembre, ma il deficit complessivo resta elevato, intorno al -47%. Le nevicate di inizio inverno non si sono tradotte in un consolidamento del manto nevoso, soprattutto a causa delle temperature elevate, che hanno favorito una rapida fusione.
Ne risulta il persistere della cosiddetta neve effimera2: poco persistente, tipica delle medie quote appenniniche, con una capacità limitata di funzionare come riserva idrica stagionale.
Temperature elevate e precipitazioni disomogenee
Alla base di questi andamenti si trova una combinazione di fattori ormai ricorrente. Dicembre è stato caratterizzato da temperature superiori alla media su gran parte del territorio nazionale, in particolare sulle Alpi centrali e orientali. A questo si è aggiunta una forte disomogeneità nelle precipitazioni: abbondanti al Nord-Ovest, ma scarse al Nord-Est e al Centro. L’interazione tra temperature elevate e mancanza di nuove nevicate ha rallentato l’accumulo della risorsa nivale proprio in alcune delle aree più sensibili.


Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Le indicazioni delle previsioni stagionali delineano un quadro articolato anche per le prossime settimane. Le precipitazioni potrebbero interessare maggiormente il Centro-Sud, mentre il Nord, e in particolare il Nord-Est, potrebbe restare sotto media nel corso di gennaio. Le temperature sono attese sopra la media su gran parte del Paese, con alcune eccezioni regionali, e anche febbraio mostra segnali differenziati tra Nord e Sud.




Nel complesso, l’inverno è ancora in una fase intermedia. Alcuni bacini hanno mostrato segnali di recupero, altri mantengono condizioni di deficit più marcate. L’evoluzione dei prossimi mesi sarà determinante per comprendere se la risorsa idrica nivale potrà rafforzarsi ulteriormente o se le differenze osservate tenderanno a consolidarsi. Il monitoraggio continuo rimane quindi essenziale per accompagnare la lettura di una risorsa che, pur invisibile per gran parte dell’anno, gioca un ruolo centrale nell’equilibrio idrico del Paese.
- Con l’espressione snow droughts ci si rifeisce a periodi caratterizzati da un’anormale riduzione di accumulazione nevosa invernale (che può derivare da precipitazioni inferiori alla media o da temperature elevate che ne ostacolano l’accumulo) che anticipano e intensificano il processo di fusione estiva. ↩︎
- Ne avevamo già parlato qui. ↩︎