In un articolo dedicato alla governance dei displacement (spostamenti involontari di persone), nella regione IGAD, i nostri ricercatori e ricercatrici ci descrivono il loro lavoro sulla valutazione del rischio legato agli spostamenti in cui vengono integrati aspetti socio-economici nella classica stima della vulnerabilità
Per migliorare la governance delle migrazioni regionali e nazionali nella regione coperta dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Intergovernamental Authority on Development, IGAD), che raccoglie i Paesi del Corno d’Africa, il Migration Multi-Partner Trust Fund ha finanziato il Joint Programme Addressing Drivers and Facilitating Safe, Orderly and Regular Migration in the Contexts of Disasters and Climate Change in the IGAD Region iniziato a febbraio 2021 e suddiviso in quattro pilastri d’azione. Il primo di essi, Data and Knowledge, è coordinato dallo United Nations Office for Project Services (UNOPS), e vede i nostri ricercatori e ricercatrici impegnati a mettere a punto un quadro modellistico in grado di stimare il numero di persone a rischio displacement, cioè a spostamenti involontari, a causa di disastri a insorgenza improvvisa, come inondazioni e cicloni, in diversi scenari politici, che integrano anche fattori socio-economici.
Per farlo, stanno lavorando a una nuova metodologia di valutazione del rischio proprio per i displacement. Se ne parla anche in un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Forced Migration Review, che descrive scopi e obiettivi del Joint Programme. Inoltre, si racconta anche come nella modellazione del rischio, quando si parla di displacement, servano ora approcci innovativi, che permettano di raffinarne la valutazione.
Il rischio, in breve
Prima di ripercorrere questo aspetto, serve rispondere a una domanda: cosa si intende quando si parla di rischio? Molto in breve, in termini matematici, la formula comunemente usata per calcolarlo tiene in considerazione tre elementi: il pericolo, cioè la probabilità che un evento si verifichi in un determinato arco di tempo e in un determinato luogo; l’esposizione, che considera il numero di persone nell’area, le strutture e le infrastrutture che possono essere soggette al pericolo e, infine, la vulnerabilità, riferita alla predisposizione degli elementi esposti (infrastrutture ma anche persone, coltivazioni, tipologia di costruzioni abitative eccetera) a subire un danno.
Questa descrizione, molto sintetica, è di solito riferita a disastri come alluvioni e terremoti; in altre forme di rischio la valutazione può avvenire in modo più o meno differente. Nel campo degli studi sulle migrazioni e sul displacement, per esempio, l’aspetto della vulnerabilità è calcolato solo tenendo in considerazione i danni diretti alle abitazioni: in altre parole, si considera che le persone saranno obbligate a muoversi solo se le loro abitazioni saranno danneggiate al di sopra di una certa soglia.
Il progetto di UNOPS
La regione IGAD comprende aree interessate da conflitti e particolarmente vulnerabili ai disastri, legati anche agli effetti del cambiamento climatico. Questo fa sì che nella regione si possano osservare spostamenti di persone anche massicci: lo scopo del progetto cui collaboriamo è facilitare gli spostamenti regolarizzati e, al contempo, ridurre quanto più possibile gli spostamenti dovuti agli eventi estremi, agli effetti del cambiamento climatico e al degrado ambientale.
«Infatti, lo scopo non è tanto limitare le migrazioni, che in alcuni casi possono anzi essere viste come una forma di adattamento. Piuttosto, s’intende cercare di capire come ridurre gli spostamenti forzati, involontari e in emergenza, favorendo quelli che avvengono in “tempo di pace” e con le condizioni per renderli sicuri e regolari», spiega Eleonora Panizza, dottoranda dell’Università di Genova che, presso Fondazione CIMA, segue il progetto focalizzandosi sull’analisi dell’impatto dei disastri ambientali e del cambiamento climatico sulle migrazioni nella regione IGAD. Panizza è tra gli autori e autrici dell’articolo insieme a Roberto Rudari, direttore di programma, e a colleghe e colleghi di IGAD, dell’International Organization for Migration e dell’IGAD Predictions and Applications Centre (ICPAC).
Considerare la vulnerabilità quando si studiano le migrazioni
«In questo senso, come abbiamo spiegato nel nostro articolo, un elemento fondamentale è proprio la riduzione della vulnerabilità, che consente di limitare gli spostamenti forzati e privi di gestione. Inoltre, la riduzione della vulnerabilità implica una riduzione del rischio in sé, e questo è particolarmente importante se consideriamo che esistono realtà così svantaggiate, nelle quali, anche quando avviene un disastro, le persone non hanno la possibilità di spostarsi: si parla, in questi casi, di trapped populations, letteralmente popolazioni intrappolate», continua la dottoranda.
«Nel nostro lavoro di ricerca abbiamo quindi proposto una metodologia che ci consenta di stimare al meglio l’elemento della vulnerabilità per la valutazione del rischio displacement. Per farlo, vogliamo tenere in conto non solo i danni alle abitazioni – quelli tradizionalmente considerati in questo campo – ma anche ad altre risorse che possono essere direttamente colpite da un disastro: il settore terziario, le coltivazioni e gli allevamenti», spiega Panizza. «Inoltre, stiamo cercando d’integrare a questa metodologia un aspetto ancora non applicato, quello del danno indiretto. Cerchiamo, cioè, di capire di capire quali impatti possa avere il danno a una determinata struttura sulle condizioni di vita della popolazione, anche a lungo termine, e come quindi favorisca (o sfavorisca) il displacement stesso».