La scienza e la ricerca seguono metodi e rispondono a dinamiche che non sempre si conciliano facilmente con quelle mediatiche contemporanee. D’altro canto, è ormai una sfida cruciale poter comunicare e informare sia la cittadinanza che i decisori politici di quelli che sono gli impatti dei cambiamenti climatici, e le possibili soluzioni. Come muoversi, allora? Quali utili considerazioni si possono fare, quali suggerimenti si possono dare a chi, lavorando nel mondo della ricerca, è chiamato a confrontarsi con il mondo della comunicazione? Ne parliamo con Edoardo Cremonese, di Fondazione CIMA, già ricercatore presso ARPA Valle d’Aosta, che ha recentemente trattato questi temi al convegno Comunicare il cambiamento climatico tra scienza, economia e cultura organizzato dalle Fondazioni Montagna Sicura e Courmayeur Mont Blanc.
Innanzitutto, puoi raccontarci il tuo percorso di studi?
Un po’ per caso, come molti giovani, e un po’ spinto dalla passione per la natura, mi sono iscritto a Scienze ambientali, all’Università di Milano Bicocca. Dopo la laurea ho iniziato subito a lavorare presso ARPA Valle d’Aosta, dove sono rimasto per i successivi vent’anni iniziando un percorso di ricerca che mi ha accompagnato per tutta la carriera: lo studio degli impatti del cambiamento climatico in ambiente montano.
Puoi spiegarci i tuoi studi più nel dettaglio?
Il focus principale è l’impatto che il cambiamento climatico causa sugli ecosistemi terrestri, sulla criosfera (quindi i ghiacciai, neve e permafrost) e sulla risorsa idrica. In particolare, il nostro lavoro si basava principalmente sull’integrazione tra osservazioni satellitari, modelli e dati registrati dagli strumenti di misurazione a terra per descrivere e modellare i processi e le dinamiche in atto. Per esempio, abbiamo realizzato una rete di siti di osservazione per la misurazione dei flussi di carbonio e acqua tra gli ecosistemi e l’atmosfera, una delle variabili più importanti per valutare la funzionalità degli ecosistemi e, quindi, il loro stato di salute. Oggi, questi siti sono parte di un’Infrastruttura di Ricerca Europea.
Ora, in Fondazione CIMA, la mia ricerca si lega più specificatamente alla gestione della risorsa idrica in un contesto di cambiamento climatico, con particolare attenzione alle interazioni tra le siccità e i sistemi sociali ed ecologici.
Con il tempo hai iniziato a partecipare a progetti che interagivano con stakeholder e decisori politici. Come sei arrivato a questa “seconda natura” del tuo lavoro?
È un percorso che si è sviluppato nel tempo, e soprattutto nel corso degli ultimi cinque anni circa. Inizialmente mi sono trovato coinvolto in piccole iniziative locali, che mi hanno portato a confrontarmi con stakeholder diversi sui temi legati al cambiamento climatico (per esempio incontri locali con il pubblico); poi, pian piano, tutto si è strutturato e diversificato. Questo mi ha portato a lavorare anche molto al dialogo science-policy, per trasformare i risultati degli studi scientifici in azioni concrete per il territorio o, anche, a livello trasnfrontaliero – sempre in connessione all’ambiente montano, quindi in particolare lavorando con partner francesi e svizzeri.
Se, all’inizio, queste attività erano sporadiche e poco strutturate, si sono poi meglio definite nel tempo grazie a varie concause: la sensibilità di chi organizza gli eventi, innanzitutto, che ha permesso di estenderli e ampliarli, diversificando le finalità e i target, sempre mantenendo il coinvolgimento della realtà scientifica. Poi l’aumento delle aspettative dei diversi stakeholder, anche perché, in alcuni casi, quella che un tempo poteva essere semplice curiosità è diventata una necessità: le guide alpine sono un buon esempio, perché oggi nella loro formazione è specificatamente prevista anche la parte legata ai cambiamenti climatici. E, infine, penso abbia giocato molto il lavorare in un territorio, quello montano, dove l’impatto dei cambiamenti climatici è più vicino e immediato – e subito percepibile per la comunità che lo abita, probabilmente più di quanto avvenga in aree urbane: la scarsità di neve e acqua, l’intensificazione dei pericoli naturali, la variazione dell’approccio alla frequentazione della montagna, sono tutti eventi con cui la popolazione si deve confrontare da tempo.
Quali sono le cose più importanti che hai imparato – e che pensi siano da sottolineare per chi, da scienziato/a, non ha ancora avuto modo di vivere gli aspetti legati alla comunicazione?
Sicuramente, grazie ai fallimenti iniziali, ho imparato come non parlare di cambiamenti climatici: non come se ci trovassimo a un convegno scientifico, cioè. Ciò che diciamo deve adattarsi a chi abbiamo davanti, e questa è una sfida non banale, per chi proviene dal mondo scientifico. Chi fa ricerca, infatti, è abituato a seguire un metodo specifico che lo porta a fare determinate affermazioni. Ma, nel quotidiano, la mente umana non lavora in modo razionale. I processi cognitivi che ci caratterizzano, il nostro sistema di elaborazione della realtà e formazione del pensiero non è, come hanno ormai dimostrato molti studi, basato sui fatti, o sulle prove scientifiche. Fuori dalla bolla della ricerca, numeri, grafici e fatti non sono sufficienti.
È questo che noi, come scienziati, dobbiamo riuscire a interiorizzare quando siamo chiamati a fare comunicazione, anche a fronte di inevitabili frustrazioni che non possiamo non mettere in conto. Ma, se riusciamo a partire da questa consapevolezza, possiamo ridurre tanti degli errori che hanno caratterizzato la comunicazione scientifica nel passato e che probabilmente hanno contributo ad alimentare il clima di sfiducia e distanza tra il modo della ricerca e l’opinione pubblica.
E ci sono aspetti particolari legati, più specificatamente, alla comunicazione con i media da una parte e con il mondo politico dall’altra?
Ogni ambiente ha le sue trappole da conoscere e da, possibilmente, evitare… Ma che ci si confronti con un giornalista, con rappresentanti di settore, professionisti, grande pubblico, insomma con ogni realtà, il punto è riuscire a mettersi nei panni di chi ascolta per cercare di capire cosa gli serve – e dunque come il risultato scientifico possa tradursi in una riflessione condivisa e avere un impatto concreto.
Concludiamo con quella che è forse la domanda chiave: qual è per te il valore più importante dell’affrontare, da scienziato, il mondo della comunicazione, dovendo dialogare con professionalità così diverse dalla tua?
Per me, questa è niente più e niente meno che la responsabilità sociale e civica della scienza. Il nostro, quello scientifico, non è un mondo a parte: facciamo parte della società nel suo insieme e siamo chiamati a cercare di contribuire alla maturazione del dibattito pubblico intorno a temi complessi come la crisi climatica. E se è evidente che non tutti possiamo fare tutto, che non sempre lo scienziato ha il tempo, o le competenze (o il tempo per svilupparle), per dedicarsi anche alla comunicazione, abbiamo ormai imparato quanto questa sia importante e possiamo affidarci – anche – a comunicatori/trici scientifici, che coprono questo preciso ruolo a livello istituzionale: e, allora, diventa importante che lo scienziato abbia la possibilità di collaborare almeno con queste figure.