E’ pieno inverno, nevica e piove. La zoonosi virale che ha ripreso vigore ci tiene tappati in casa, senza contatti se non informatici. Ed è morto ieri un carissimo amico, il professore Fabio Rossi.
Abbiamo costruito insieme, quando avevamo quaranta anni, le basi scientifiche del sistema di protezione civile nazionale. Insieme ad altri, non molti, geofisici quarantenni. Aveva detto all’inizio “Ma io non sono ancora professore ordinario,” e noi “Non ti preoccupare, che c’è da lavorare” E pubblicò, insieme ad altri colleghi, nel luglio del 1984, il lavoro fondamentale su cui costruimmo l’interpretazione delle osservazioni di precipitazione e di portata per definire le regole della protezione dalle piene: Two-component extreme value distribution for flood frequency analysis, su Water Resources Research. Non era facile allora essere accettati su quella rivista, che come minimo ci faceva riscrivere due volte qualunque lavoro anche perché non era accettabile il nostro inglese scolastico. L’amico che “non era ancora professore ordinario” ci insegnò che bisognava competere senza reticenze nel campo internazionale, non nell’orto di casa.
Poco dopo, grazie anche ai finanziamenti del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche che Zamberletti faceva pervenire, modesti ma costanti, l’idrologia italiana era diventata internazionalmente nota. I colleghi statunitensi valutavano che in Europa c’erano i britannici e subito dopo gli italiani. Qualche anno ancora e c’erano gli italiani e poi i britannici.
Abbiamo imparato moltissimo da lui.
La sua capacità di unire aspetti teorici e applicativi e di trovare soluzioni scientificamente ineccepibili per risolvere problemi concreti. L’accuratezza e il rigore sempre evidenziati, sia per un articolo su una prestigiosa rivista che per una lettura ad un Seminario tra amici, a testimoniare il massimo rispetto per la disciplina e per la missione di trasmettere il sapere.
L’intelligenza viva che lo faceva stare sempre un passo avanti agli altri, per cui quando capivi una sua nuova idea lui era già oltre e ti indicava la strada.
Ma ci ha lasciato anche un grandissimo esempio di come vinceva la sua malattia, e delle fatiche che faceva per lavorare come gli altri.
Speriamo che abbia avuto il tempo di voltarsi indietro a guardare come il suo paese ha organizzato il sistema che pensammo allora, pur con difetti e mancanze.
E che prendano spunto dalla sua figura i giovani che oggi operano nei servizi centrali e regionali di protezione civile e nelle istituzioni di ricerca collegate, per assistere con empatia il proprio paese.
E che questi ultimi anni gli siano stati in qualche misura lievi, come a chi sa di avere pienamente eseguito il proprio compito.