La crisi climatica fuori e dentro di noi: tra scienza e salute mentale

Salute mentale e scienza crisi climatica

Cosa significa studiare ogni giorno un ambiente che cambia? Abbiamo chiesto a chi osserva la crisi climatica attraverso dati, modelli e attività sul campo come vive, dentro di sé, ciò che studia fuori.

Ci sono molti modi di incontrare la crisi climatica. Possiamo farlo attraverso una notizia, durante un’estate eccezionalmente calda, davanti alle immagini di un’alluvione o di un incendio. Possiamo riconoscerla nei cambiamenti di un paesaggio familiare, nella neve che se ne va troppo presto o in un fiume in secca.

E poi c’è chi con alcuni di questi cambiamenti lavora ogni giorno.

Li osserva attraverso serie storiche e modelli, li misura sul campo, costruisce scenari, studia gli eventi estremi, cerca di comprenderne cause, conseguenze e possibili strategie di adattamento. La distanza tra il fenomeno e chi lo osserva, allora, può diventare molto sottile, perché dietro un dato ci sono territori che cambiano, ecosistemi sotto pressione, comunità esposte a nuovi rischi. E, dall’altra parte dello schermo, ci sono persone.

In occasione del World Mental Health Day abbiamo provato a esplorare proprio questo spazio, quello in cui la conoscenza scientifica incontra l’esperienza personale. Ne abbiamo parlato, in forma anonima, con le persone che lavorano in Fondazione CIMA, in collaborazione con l’Osservatorio GEDI della fondazione stessa.

Non è un’indagine statistica e non vuole rappresentare lo stato di salute mentale di chi lavora sui temi connessi, in modo diretto o indiretto, alla crisi climatica. È piuttosto una piccola fotografia qualitativa, un punto da cui partire per porci una domanda più ampia: che cosa accade quando la conoscenza di un mondo che cambia entra anche nel nostro modo di sentire e di immaginare il futuro?

Quando il futuro diventa materia di lavoro

Il cambiamento climatico ha una caratteristica particolare: mentre lo studiamo, continua ad accadere. Le osservazioni si accumulano, le serie storiche si allungano, nuovi eventi producono nuovi dati e i modelli vengono aggiornati man mano che migliorano le conoscenze. Allo stesso tempo, una parte importante della ricerca guarda oltre ciò che è già successo e prova a esplorare ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni e decenni.

Il futuro entra così nel lavoro quotidiano. Assume la forma di scenari, mappe, intervalli, probabilità. Possiamo studiare come potrebbe cambiare un rischio, quali territori potrebbero essere più esposti, quali sistemi più vulnerabili e quali misure potrebbero contribuire a ridurre alcuni impatti. Per chi lavora su questi temi, «la realtà quotidiana non è un’ipotesi o uno slogan, ma sono numeri, previsioni, traiettorie».

Questo non significa prevedere esattamente come sarà il mondo tra venti o cinquant’anni. L’incertezza è parte della conoscenza scientifica e lavorare con essa significa riconoscere ciò che sappiamo con maggiore robustezza, ciò che conosciamo meno e ciò che dipenderà anche dalle traiettorie che prenderemo. Alcuni cambiamenti sono già osservabili, alcuni rischi possono essere caratterizzati, mentre una parte di ciò che accadrà dipende dalle decisioni prese nel presente.

Ma quando si lavora ogni giorno con queste informazioni, il futuro non rimane soltanto un orizzonte scientifico. Le traiettorie che analizziamo riguardano anche gli anni che vivremo, i territori che abiteremo, le risorse da cui dipenderemo. C’è chi racconta, per esempio, di provare «più ansia pensando al futuro e a quale potrà essere la mia condizione quando sarò anziana e, inevitabilmente, più vulnerabile»; e chi si domanda, davanti agli eventi estremi, «se per i miei futuri figli ci sia davvero futuro».

È in questo passaggio che il dato acquista anche una dimensione personale. Non perché perda la propria oggettività scientifica, ma perché chi lo studia non è estraneo al futuro che quel dato contribuisce a descrivere.

E le sensazioni che accompagnano questa esperienza possono essere molto diverse.

WordCloud Mental Health Day 2026
Fig. 1. La word cloud raccoglie in arancione le risposte dei ricercatori e delle ricercatrici di Fondazione CIMA alla domanda: “Qual è l’emozione/sensazione che senti più spesso quando ti confronti con ciò che studi?”. In blu le stesse parole tradotte nelle principali lingue parlate dal personale della Fondazione.

Non formano un quadro uniforme. Ed è proprio questa varietà a suggerire che il rapporto tra conoscenza della crisi climatica ed esperienza personale sia molto meno lineare di quanto potremmo immaginare.

Conoscere di più non significa sentire tutti la stessa cosa 

Potremmo aspettarci che una maggiore conoscenza della crisi climatica porti soprattutto a una maggiore preoccupazione. In effetti, lavorare quotidianamente su questi fenomeni può rendere più presente il senso di urgenza e alimentare ansia, pessimismo o impotenza.

Per qualcuno, avere a che fare ogni giorno con questi temi significa acquisirne «molta consapevolezza» e «voglia di cambiare le cose», ma allo stesso tempo sperimentare «preoccupazione e un senso di urgenza». Per altri, comprenderli meglio significa anche sentire «molta ansia» e «un po’ di disillusione sul mondo futuro che vivremo o che in realtà stiamo già vivendo». Sapere come stanno cambiando alcuni rischi, confrontarsi con scenari futuri o osservare la rapidità di determinate trasformazioni può rendere più difficile lasciare questi temi confinati all’orario di lavoro. 

Ma questa è soltanto una parte del quadro. 

La stessa conoscenza può generare curiosità, interesse e motivazione. Può mostrare la gravità di un problema e, nello stesso tempo, permettere di comprenderlo meglio. Per questo preoccupazione e speranza, entusiasmo e sconforto non si escludono necessariamente: possono nascere da aspetti diversi della stessa esperienza. Qualcuno li mette uno accanto all’altro – «frustrazione, ma allo stesso tempo speranza» – mentre qualcun altro descrive un passaggio quotidiano dall’«entusiasmo verso nuove conoscenze e possibili soluzioni» allo «sconforto di non vedere applicazioni né cambiamenti concreti nella società». 

Negli ultimi anni termini come ecoansia e climate anxiety sono entrati sempre più spesso nel dibattito sul rapporto tra crisi climatica, emozioni e salute mentale, e la ricerca ha iniziato a interrogarsi anche sull’esperienza di chi si occupa professionalmente di questi temi. Ma ridurre tutto a un rapporto diretto tra quantità di conoscenza e intensità della preoccupazione rischierebbe di perdere un elemento importante. 

Conoscere significa anche riuscire a dare una struttura alla complessità. 

Un problema globale come la crisi climatica comprende processi fisici, ambientali e sociali che interagiscono tra loro su scale diverse. Il lavoro scientifico permette di affrontarne parti specifiche: osservare l’evoluzione di un fenomeno, caratterizzare un rischio, individuare vulnerabilità, confrontare scenari, migliorare il monitoraggio e la previsione, valutare possibili strategie di adattamento. 

La dimensione del problema non cambia. Cambia, però, la possibilità di leggerlo. E comprendere meglio dove e come un rischio si produce significa anche poter individuare con maggiore precisione dove esistono margini per intervenire. 

È una delle ragioni per cui conoscenza e preoccupazione non sono necessariamente due estremi opposti. La stessa evidenza che rende più chiara la gravità di una situazione può fornire anche strumenti per affrontarne alcuni aspetti. E, in alcuni casi, proprio «vedere i progressi che vengono fatti ogni giorno e l’impegno di ricercatori e ricercatrici» può aiutare a guardare al futuro con maggiore ottimismo. 

Tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo fare 

Proprio qui emerge, però, una seconda tensione. 

Aumentare la conoscenza di un problema non significa aumentare nella stessa misura la capacità di risolverlo. Al contrario, comprendere meglio ciò che sta accadendo può rendere ancora più evidente la distanza tra le evidenze disponibili e la velocità con cui siamo in grado, collettivamente, di tradurle in decisioni e interventi. 

È in questa distanza che possono convivere entusiasmo e frustrazione. Da una parte ci sono nuove conoscenze, strumenti di monitoraggio e previsione, possibili strategie di mitigazione e adattamento. Dall’altra ci sono i tempi delle decisioni, la disponibilità di risorse, le priorità politiche ed economiche, la capacità delle istituzioni e delle comunità di trasformare quelle conoscenze in azione. 

La scienza può caratterizzare un rischio, ma non decide da sola quali risorse destinargli. Può sviluppare una previsione, ma la messa in sicurezza di un territorio richiede anche decisioni, risorse e partecipazione. Può mostrare le conseguenze di scenari differenti e contribuire, attraverso il confronto con istituzioni e comunità, a costruire percorsi di prevenzione e adattamento. 

E anche se la sensazione di ricercatori e ricercatrici può essere «come andare in guerra con arco e frecce, in carbonio magari, ma pur sempre mezzi inadeguati ad affrontare la sfida climatica che abbiamo di fronte”, la scienza può farsi strumento di partecipazione e azione.  

Anche la consapevolezza individuale si confronta con questo limite. Conoscere può influenzare le scelte quotidiane, spingere a ridurre il proprio impatto, a partecipare o a diffondere informazioni scientificamente corrette. Può aiutare, nelle parole di una delle persone coinvolte, «a non restare immobilizzati dalla paura ma a trasformarla in piccoli cambiamenti quotidiani». Ma può emergere anche la consapevolezza che «abbiamo bisogno anche che le aziende, multinazionali, produttori di energia facciano la loro reale parte».  

La risposta alla crisi climatica, infatti, non si esaurisce nei (pur fondamentali) comportamenti personali: mitigare le emissioni, adattare territori e infrastrutture, ridurre le vulnerabilità e proteggere le comunità richiede anche capacità collettive, istituzionali e politiche di intervento. 

Questo scarto tra conoscenza e capacità di azione può generare frustrazione e senso di impotenza. Ma la conoscenza può anche contribuire a spostare la domanda: dal peso indistinto di un problema globale alla ricerca di ciò che può essere concretamente compreso, anticipato o modificato. È una consapevolezza che può tradursi anche in un senso di corresponsabilità: sapere di essere parte del problema, ma anche delle possibilità di risposta, e riconoscere che «ogni azione conta, se si somma a quella di tutti quelli che fanno qualcosa». È forse questo uno dei punti in cui la dimensione scientifica e quella personale si incontrano con maggiore chiarezza. 

Perché la scienza può distinguere ciò che sappiamo da ciò che non sappiamo, rendere i rischi più leggibili, seguirne l’evoluzione, valutare le alternative e individuare dove esistono possibilità di intervento. 

Forse è proprio questa la prospettiva che un centro di ricerca e monitoraggio ambientale come Fondazione CIMA può portare nel World Mental Health Day: riconoscere che la produzione di conoscenza non avviene in uno spazio separato dalla vita e che il suo valore si esprime anche nella possibilità di contribuire alle scelte che riguardano i territori e le comunità. 

Studiamo un ambiente che cambia per comprenderne meglio i processi, anticiparne per quanto possibile gli effetti e costruire strumenti utili ad affrontarli, tra prevenzione e adattamento, anche attraverso il coinvolgimento delle persone che quei territori li abitano. Perché questi territori, gli ecosistemi e il futuro di cui parliamo non rimangono dall’altra parte dello schermo. 

Sono anche il mondo in cui continuiamo a vivere. 

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