Ci sono parole che non nascono per essere dichiarate, ma per essere abitate. Radicamento, empowering, miglioramento, inclusione, interiorizzazione, consapevolezza, praticità, responsabilità, realtà.
Sono parole che non descrivono uno stato raggiunto, ma un processo in corso. Un movimento lento, quotidiano, che attraversa le organizzazioni tanto quanto le persone che le compongono.
È dentro questa tensione che prende forma l’Osservatorio GEDI (Gender Equality, Diversity and Inclusion) in Fondazione CIMA. Non come risposta simbolica o definitiva, ma come spazio di lavoro e di ascolto. Un luogo in cui fermarsi a osservare ciò che spesso resta inascoltato, a interrogare pratiche consolidate, a rendere visibili dinamiche che incidono sulla qualità del lavoro scientifico e delle relazioni professionali.
In occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, abbiamo scelto di ascoltare le voci di chi ha deciso di farne parte. Persone con competenze e percorsi diversi, esperti ed esperte di idrologia, siccità, meteorologia, ecosistemi marini, pianificazione e comunicazione, che lavorano ogni giorno su sistemi complessi e interconnessi, e che hanno scelto di mettersi al servizio di una riflessione condivisa su genere, diversità e inclusione. Un impegno che nasce dall’attenzione alle persone e ai contesti, e dalla consapevolezza che la qualità della ricerca passa anche dal modo in cui si costruiscono relazioni e ambienti di lavoro.
Dalla dichiarazione alla pratica: concretezza e coinvolgimento
C’è un’esigenza di concretezza che attraversa molte delle riflessioni raccolte.
Andrea Libertino parla della necessità che il GEDI diventi qualcosa di «vivo e operativo per tutto il CIMA, un percorso che possa restituire valore sul piano personale e professionale. Sarebbe bello se, sentendoci tutti rappresentati, riuscissimo ad aprire davvero gli occhi sull’altro, imparando a vederne i bisogni, le necessità».
Da qui nasce anche l’idea che prima di guardare all’esterno sia fondamentale rafforzare le basi interne: consolidare ciò che siamo, perché solo così questi valori possono essere vissuti e testimoniati in modo credibile. Aggiunge, infatti, Francesco Avanzi che «la promozione della diversità e dell’inclusione riguarda tutte e tutti, dai ruoli apicali fino ai singoli ricercatori e ricercatrici. Farlo significa fornire opportunità concrete perché tutte e tutti si sentano non solo rappresentati, ma anche coinvolti e responsabilizzati. Così il GEDI può diventare un percorso di condivisione, in cui l’empowerment non è un principio astratto, ma una pratica che attraversa l’organizzazione».
A questa idea di concretezza si affianca anche lo sguardo di Margherita Andreaggi, che immagina il GEDI come uno spazio capace di tradurre l’attenzione a genere e inclusione in strumenti concreti. L’auspicio è che il gruppo possa «fornire a Fondazione CIMA contributi e strumenti per migliorare le attività sotto il punto di vista dell’uguaglianza e dell’inclusione, perché un’attenzione reale a queste tematiche può migliorare qualsiasi posto di lavoro e, anche nel campo della ricerca, aiutare a valorizzare ogni persona».
Un percorso collettivo di corresponsabilità e cultura aziendale
Accanto alla necessità di rendere concreti questi temi, si fa strada anche una consapevolezza temporale: inclusione e parità non sono un punto di arrivo, ma un percorso collettivo continuo da coltivare giorno dopo giorno insieme.
Ilaria Dal Mas, la più giovane a far parte dell’Osservatorio GEDI, racconta come la spinta a candidarsi sia nata proprio «dal desiderio di fare qualcosa di concreto, anche partendo dalla consapevolezza di non avere competenze specifiche sul tema. La volontà di imparare, di mettersi in gioco, di non restare a guardare, diventa parte integrante del cammino. In questa prospettiva, il supporto e la partecipazione degli uomini non sono accessori, ma fondamentali. Il motivo è semplice ed è insito nel concetto stesso di “parità di genere”: la parità riguarda tutti e tutte, non è per definizione qualcosa che avvantaggia una parte a scapito di un’altra. E, proprio per questo, può esistere solo come costruzione collettiva».
Anche fuori dal perimetro della ricerca scientifica in senso stretto, la diversità infatti resta un valore: ogni persona porta con sé esperienze e visioni diverse, e il confronto, se accolto, diventa occasione di apprendimento e crescita reciproca.
Questa idea di corresponsabilità emerge con chiarezza anche nelle parole di Lara Polo, per cui «è essenziale che parità e inclusione non vengano vissute come temi che riguardano solo chi ne è direttamente coinvolto. L’obiettivo è farle entrare nella cultura dell’organizzazione, come responsabilità condivisa e parte integrante del modo in cui lavoriamo insieme».
Radicarsi nella realtà
Perché questo accada davvero, però, serve un passaggio ulteriore. Luca Trotter lo descrive come «un processo di radicamento e interiorizzazione: il rischio non è la mancanza di principi, ma che restino solo dichiarati. La sfida è far sì che i temi di genere, diversità e inclusione diventino parte integrante delle pratiche e dei comportamenti quotidiani, attraversando le scelte e le dinamiche che danno forma alla vita dell’organizzazione».
In questo passaggio trova spazio la voce di Anna Borroni, che richiama l’attenzione su dinamiche più sottili, spesso difficili da riconoscere. «Molte forme di esclusione non nascono da intenzioni esplicite, ma da pratiche, linguaggi e modelli organizzativi profondamente radicati, che tendiamo a non mettere in discussione. Questo porta a considerare l’organizzazione non solo in base ai risultati che produce, ma anche per la sua capacità di mettere in discussione pratiche e modelli radicati e di intervenire su di essi, creando condizioni di lavoro in cui le persone possano sentirsi a proprio agio ed esprimere il proprio potenziale».
In questo senso, GEDI è quindi anche un esercizio di realtà. Francesca Munerol, coordinatrice dell’Osservatorio, riporta il discorso alla qualità stessa di un’organizzazione scientifica, che «dipende anche dalla sua capacità di interrogarsi su come valorizza le persone che la compongono. Partecipare all’Osservatorio significa contribuire a un percorso collettivo, portando uno sguardo critico ma costruttivo e assumendosi la responsabilità di rendere più equo l’ambiente in cui si lavora».
Non c’è nulla di eroico in tutto questo. Non c’è un traguardo da celebrare. C’è piuttosto la scelta di restare nella complessità, di lavorare sul lungo periodo, di accettare l’idea del costante miglioramento. GEDI nasce così: come un cammino aperto, fatto di ascolto, confronto e responsabilità condivisa. Un percorso che non promette soluzioni semplici, ma sceglie di continuare a porsi le domande necessarie.








