Clima e protezione civile, la celebrazione dei 15 anni di Fondazione CIMA
Una giornata per parlare di protezione civile, e in particolare del suo stretto rapporto con i cambiamenti climatici che stanno alterando le dinamiche del nostro pianeta portando a un aumento di alluvioni e siccità. Una giornata per parlarne in termini di scienza e politica, ma anche di società e arte.
Questo è stato l’evento Clima e protezione civile: prevedere per prevenire, programmare per agire, del 5 settembre, giorno in cui Fondazione CIMA ha celebrato i suoi 15 anni di attività con un “convegno unconventional”, trasmesso anche in streaming (qui la registrazione completa), che ha raccolto al campus universitario di Savona esponenti di istituzioni internazionali, del mondo politico, locale e nazionale, e della protezione civile, della ricerca scientifica e dell’arte.
«Ormai 15 anni fa, un gruppo di visionari pensò di dare vita a questa bella anomalia che si chiama Fondazione CIMA: una struttura di ricerca, ma anche operativa, funzionale alle attività del sistema di protezione civile. Allora non lo sapevamo con certezza, ma oggi possiamo dire che quella visione era corretta, e abbiamo trascorso i dieci anni successivi nel cercare di dimostrarlo, accettando sfide sempre più ambiziose e rischiose, che ci hanno portato lontano», ha raccontato Luca Ferraris, presidente di Fondazione CIMA, aprendo i lavori dopo i saluti istituzionali del rettore dell’Università di Genova Federico Delfino e del presidente della Provincia di Savona Pierangelo Olivieri. Ripercorrendo la storia della Fondazione e ringraziando per il ruolo e l’impegno di tutti i colleghi e di tutte le colleghe, che ha reso possibile questo percorso, il professor Ferraris ha parlato delle sfide di oggi, che spesso, purtroppo, nascono anche da errori di ieri: «Il futuro preme mentre il presente è già ricco delle conoscenze e degli strumenti utili a prevedere per prevenire, ma soprattutto a programmare per agire. Non abbiamo tempo, e dobbiamo agire subito».

La “festa” è quindi stata l’occasione di un dialogo tra discipline e settori, un piccolo “forum” (CIMA Glocal Forum) inaugurato da una tavola rotonda, moderata dalla giornalista RAI e presidente del Parco Naturale delle Cinque Terra Donatella Bianchi. Da un lato si è sottolineato lo stretto legame tra crisi climatica e protezione civile e, dall’altro, si è riflettuto su quanto siamo (o non siamo) consapevoli dell’urgenza di affrontare il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici.
Nella prima sessione, la conversazione ha investito un ambito internazionale, verso il mondo e l’Europa. Tra gli interventi, quello della vice-ministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Marina Sereni, che ha dichiarato: «Se il cambiamento climatico è difficile da arrestare e invertire, possiamo però agire subito per ridurne l’impatto sul territorio e le popolazioni. Per fare ciò, è essenziale rivedere il nostro approccio alla riduzione del rischio», sottolineando l’importanza di un approccio preventivo, invece che reattivo: direzione verso la quale sta andando l’Italia, in particolare con l’adozione dei sistemi di allertamento precoce.
Marco Toscano Rivalta, direttore dell’ufficio asiatico di UNDRR, in collegamento video, ha poi evidenziato come i rischi e i cambiamenti climatici siano andati aumentando nel corso degli ultimi anni: «I dati mostrano che tra il 2015 e il 2030 si è registrato un aumento dei disastri, come se stessimo andando in direzione opposta da quella indicata dal Sendai Framework per la Riduzione del Rischio. I sistemi di protezione civile si trovano quindi a dover fare due cose: rafforzare e migliorare i sistemi di “early warning” e allo stesso tempo guidare e stimolare l’approccio di prevenzione per modificare i processi di sviluppo che stanno creando il rischio, invece che ridurlo. Un aspetto molto importante è quello detto “ultimo miglio”, la capacità della protezione civile e di altri attori di raggiungere la popolazione civile». Anche attraverso il volontariato, del quale Rivalta ha sottolineato il ruolo fondamentale in questo periodo storico ormai critico: «La capacità della protezione civile di raggiungere le comunità locali si deve anche ai volontari e le volontarie, del cui ruolo non si parla mai abbastanza: eppure è attraverso di loro che la cultura della consapevolezza diventa realtà». Rivalta ha poi sottolineato come oggi sia essenziale trattare i rischi non come unità a sé stanti e separate, ma come eventi e fenomeni che tra loro s’influenzano – come hanno ben dimostrato anche la recente pandemia di COVID-19 e gli impatti del conflitto in Ucraina. Per questa ragione è necessario trattare i rischi con un approccio multidisciplinare: «In questo senso, attori come Fondazione CIMA hanno la capacità di portare insieme varie competenze, e vorrei sottolineare quelle delle scienze sociali ed economiche, per capire come possono contribuire ad una maggior comprensione del rischio e quindi anche del comportamento della popolazione».
In riferimento alla richiesta del Consiglio Europeo agli Stati membri, datata febbraio 2022, di adattare il proprio sistema di protezione civile agli eventi meteorologici estremi causati dai cambiamenti climatici, la capo unità della Gestione dei rischi da catastrofi di JRC Alessandra Zampieri ne ha tradotto il significato per le protezioni civili: «Non si possono più gestire gli impatti dei cambiamenti climatici come un tempo, per esempio perché non si verificano singolarmente. Serve tenere in considerazione altri elementi, e si chiede alla protezione civile di riconoscere questo nuovo scenario e dotarsi non solo di più mezzi ma anche di nuove conoscenze e capacità, collaborando con il mondo scientifico, che consentano loro di essere sempre più all’avanguardia e di aiutare politica e cittadini ad anticipare i fenomeni e gestirli in modo più efficace ed efficiente. Si chiede, insomma, un cambio di passo». Zampieri ha chiuso il suo intervento richiamando l’importanza anche dell’integrazione di diverse discipline per affrontare i temi correlati al cambiamento climatico, come per esempio le scienze sociali, ricordando che per esempio si sta osservando la diffusione di quella denominata “ansia da climate change” nei cittadini.
Il direttore di AICS Luca Maestripieri, dopo aver citato i risultati nati dalla collaborazione con Fondazione CIMA (tra cui per esempio i sistemi di allertamento in diversi paesi del mondo e le attività di rafforzamento della protezione civile africana), ha anche introdotto il “fattore umano” nei disastri: «I fenomeni naturali si trasformano in catastrofi quando noi non predisponiamo le misure necessarie a ridurne l’impatto e a gestirne tempestivamente le conseguenze. Prendere consapevolezza di questa realtà significa anche assumersene la responsabilità e, quindi, agire e investire risorse affinché venga assicurata la necessaria protezione alle persone esposte al rischio».

Nella seconda sessione della tavola rotonda, la discussione si è spostata dalla prospettiva internazionale a quella locale. La Regione Liguria è sempre stata pioniera in tema di protezione civile e allertamento, anche e purtroppo a causa dei molti rischi cui è esposta. E, sostiene l’assessore alla protezione civile ligure Giacomo Giampedrone, è pronta a esserlo anche per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici. L’assessore ha citato tre esempi che mostrano i passi in questo senso, come la realizzazione di scenari che descrivono i possibili impatti del cambiamento climatico a livello regionale per i prossimi trent’anni (realizzati da Fondazione CIMA), impiegati per la strategia di adattamento; l’uso delle risorse del PNRR per affrontare le emergenze del clima; e, infine, il tentativo di adattare le politiche al cambiamento, informando e coinvolgendo i cittadini.
Quali alleanze e strategie occorrono perché una città possa affrontare il cambiamento climatico? È una delle domande emerse nella tavola rotonda, cui risponde Marco Russo, sindaco di Savona: «Adattamento e mitigazione devono essere vissute non solo in chiave difensiva ma come opportunità di un territorio, e credo che questa sia la chiave di visione che Fondazione CIMA ci stimola ad assumere nell’amministrazione locale. Questo va affrontato sia dal punto di vista strettamente strutturale, sia dal punto di vista della comunità». Per questa ragione, ha spiegato il sindaco, è stato richiesto a Fondazione CIMA di avviare un percorso di pianificazione della protezione civile che fosse partecipato, un modo per tradurre le conoscenze scientifiche in processi che coinvolgano i cittadini. «Un altro esempio sono i lavori che dobbiamo affrontare per il quartiere di Legino a Savona, dove sorge il campus universitario nel quale ci troviamo oggi: non sono solo un modo per mitigare l’impatto di un’eventuale alluvione e alla messa in sicurezza ma anche un’occasione per creare un’integrazione tra il campus universitario e il quartiere, e di cambiamento del volto del luogo in chiave di sostenibilità e inclusività».
Anche Carlo Cacciamani, direttore dell’Agenzia ItaliaMeteo, concorda sulla necessità di guardare all’adattamento climatico non solo come un dovere ma come un’opportunità. Cacciamani ha poi ripreso il tema del rapporto tra protezione civile e cambiamenti climatici: «È un binomio che ha quasi l’obbligo di funzionare. La climatologia è fusa con la necessità di mettere in sicurezza un territorio e con la formazione in tema di protezione civile, che ne deve tener conto in tutte le sue fasi». E ha aggiunto: «Se dovessi dare una ricetta, sarebbe costruire delle comunità di competenze diverse che lavorano insieme», perché il cambiamento climatico tocca molti settori diversi – e richiede quindi differenti expertise, dalla scienza alla comunicazione. «C’è davvero bisogno di lavorare insieme: non è uno slogan, ma una necessità. Viviamo in una società troppo complessa per poter pensare di trovare le soluzioni come singoli».
A seguire, l’intervento di Manuela Gagliardi, segretaria della Commissione Ambiente Territorio Lavori pubblici della Camera dei Deputati, che in collegamento video ha affrontato il tema della consapevolezza della politica sui cambiamenti climatici: «Credo che il primo limite della classe politica nazionale su questi temi sia sulle competenze», ha affermato. «Negli ultimi cinque anni, in Italia abbia approvato norme importanti, ma provenienti principalmente da input dell’Unione Europea: è vero che il tema dei cambiamenti climatici va affrontato considerando un’area vasta, però i singoli stati a loro volta dovrebbero adottare una propria politica al riguardo», ha continuato Gagliardi, sottolineando quando sia importante che la classe politica italiana ponga i cambiamenti climatici come priorità della propria agenda, senza trattarli come qualcosa di distante bensì come un problema di oggi: «Se non riusciamo ad accorgerci che queste questioni sono prioritarie per il benessere del paese e della cittadinanza, abbiamo fallito».
Gagliardi ha concluso il suo intervento con un commento tra la normativa e la pratica della protezione civile: «Dobbiamo riuscire a colmare la differenza che si crea tra la norma astratta e la necessità concreta. Da ligure, sono orgogliosa di avere un centro di eccellenza coma Fondazione CIMA sul territorio e una protezione civile così all’avanguardia. Credo che un sistema così virtuoso dovrebbe essere esportato: prendiamo spunto da chi l’ha già messo in campo per portarlo a livello nazionale», ha affermato, così da migliorare quanto ancora non funziona in modo ottimale.
Ha chiuso la tavola rotonda Fabrizio Curcio, capo Dipartimento della Protezione Civile, che ha brevemente ricordato quanto la protezione civile sia cambiata e cresciuta nel corso degli ultimi vent’anni. Curcio ha ripreso il tema della consapevolezza: «Per esempio, lo scarso innevamento di questo inverno era già noto dai primi mesi dell’anno, eppure siamo arrivati all’emergenza (almeno dal punto di vista legislativo) solo a luglio. Dobbiamo ragionare sul fatto che i fenomeni dei cambiamenti climatici possono avere effetti dilatati nel tempo, e che quando li vediamo siamo già in ritardo». Questo, ha evidenziato Curcio, è un problema internazionale e non solo italiano, con molti elementi di complessità e che si verifica in società altrettanto complesse. Inoltre, Curcio ha spiegato come la gestione emergenziale sia un periodo più o meno limitato nel tempo in cui si opera in modo straordinario, mentre per affrontare i cambiamenti climatici sia necessario cambiare l’approccio generale e ordinario. Questo tema risulta di particolare importanza quando si pensa al ruolo della protezione civile per affrontare la crisi climatica, anche dal punto di vista normativo: «L’attuale codice di protezione civile è figlio di un percorso importante svolto in passato, ma ha alcuni paletti», ha spiegato Curcio. Per esempio, il Dipartimento della Protezione Civile non può agire a livello di infrastrutture (salvo alcuni casi eccezionali), né ha un ruolo nel settore energetico. «Come possiamo allora giocare un ruolo importante con questi vincoli? Dobbiamo stare attenti a non porre l’obiettivo su qualcosa su cui non abbiamo gli strumenti per agire», ha commentato Curcio: insomma, sono necessari anche gli strumenti normativi perché la protezione civile sia posta in condizioni di affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. «La protezione civile è pronta a fare le sua parte, ma deve essere chiaro il percorso e cosa ci si attende», ha concluso Curcio.

A intervallare la tavola rotonda sono stati due “CIMA-talk”, brevi dialoghi tra ricercatori e ricercatrici. Il primo ha visto dialogare Laura Poletti, dell’ambito Idrologia e Idraulica, che si occupa principalmente di alluvioni, e Gustavo Naumann, esperto di siccità: due voci per ragionare sull’abisso che separa scienza e opinioni, e sulle difficoltà che sorgono nel comunicare la prima, soprattutto per quanto riguarda le incertezze che la caratterizzano. Il secondo talk ha visto protagonisti la giurista Francesca Munerol, che in Fondazione CIMA si occupa di piani partecipati e Filippo Fraschini, scienziato politico ed esperto in piani di adattamento al cambiamento climatico. I due speaker hanno mostrato come, per affrontare questa sfida globale, sia necessario partire anche da studi locali: tra gli esempi citati, le attività svolte da Fondazione CIMA in Liguria con percorsi partecipati, che coinvolgono i cittadini, nelle Cinque Terre e nell’entroterra dell’imperiese.


La mattinata si è chiusa con un “dialogo im-possibile” tra arte e scienza, che ha coinvolto il presidente emerito di Fondazione CIMA Franco Siccardi, l’artista Beppe Schiavetta, il direttore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR Antonello Provenzale e l’assiriologo dell’Università di Roma La Sapienza Lorenzo Verderame: una riflessione su come l’interpretazione artistica può farsi mezzo di comunicazione della realtà scientifica, contribuendo a diffonderne il messaggio. Si tratta di un tema tradizionalmente caro a Fondazione CIMA, che da anni collabora con l’artista ligure Beppe Schiavetta: l’evento del 5 settembre, infatti, è stata anche l’occasione per inaugurare la sua ultima opera, intitolata Corrotte macerie: un muro di grès ispirato dalla precedente serie di quadri dell’artista, Lamentazioni di Ur, riferimento alla città mesopotamica distrutta dalla siccità e dalla desertificazione.


Il pomeriggio è stato dedicato a una serie di seminari scientifici a cura dei ricercatori e delle ricercatrici di Fondazione CIMA, moderati da Fabio Castelli, professore dell’Università degli Studi di Firenze e coordinatore del comitato scientifico di Fondazione CIMA. Sono stati toccati alcuni dei temi più rappresentativi delle nostre attività di ricerca: lo studio della neve e dei ghiacciai, la meteorologia, gli incendi boschivi e il ruolo della partecipazione e dei percorsi svolti con i cittadini per costruire attività e strategie di protezione civile. Così, Francesco Avanzi, del nostro ambito di Idrologia e Idraulica, ha trattato il tema dei gemelli digitali (digital twin) idrologici, modelli innovativi per la rappresentazione dei fenomeni e dei sistemi terrestri che potrebbe aiutare a superare alcuni degli attuali limiti degli attuali modelli idrologici, rappresentando il ciclo dell’acqua anche includendo, come ha detto il ricercatore, «il processo idrologico più importante e forse meno studiato, il genere umano».
A seguire, Vincenzo Mazzarella ha compiuto un excursus sulle attività che porta avanti con l’ambito di Meteorologia e Clima, lavorando con modelli previsionali e tecniche di data assimilation, che oggi comprendono anche informazioni sugli eventi di fulminazione, arrivando a determinare gli scenari climatici futuri. Attività che trovano impieghi fondamentali nei più svariati ambiti, dalla gestione del traffico aereo alla definizione di piani di adattamento al cambiamento climatico.
Marina Morando, referente dell’ambito Pianificazione e Procedure, si è poi concentrata sul percorso che l’ambito ha portato avanti negli ultimi anni: «Dall’alluvione di Genova del 2011, ci siamo accorti che non era sufficiente implementare la capacità previsionale senza lavorare, in parallelo, sul miglioramento dell’efficacia della pianificazione di protezione civile, collaborando sia con gli operatori sia con la popolazione, così da costruire una pianificazione che sia partecipata. Negli ultimi anni, le nostre attività si sono ulteriormente ampliate e abbiamo iniziato a occuparci anche della pianificazione finalizzata all’adattamento al cambiamento climatico», ha spiegato la ricercatrice.
Infine, il pomeriggio di seminari si è chiuso con l’intervento di Andrea Trucchia, ricercatore dell’ambito Incendi e Conservazione della Biodiversità Forestale, che ha raccontato del lavoro svolto per la gestione degli incendi boschivi in Etiopia. «Quello dell’Etiopia è un contesto che presenta diverse criticità, quali l’enfasi volta all’azione più che alla prevenzione e la difficoltà ad arrivare alle comunità, spesso remote», ha spiegato Trucchia. L’approccio scelto per affrontare questi problemi è stato lo studio delle caratteristiche e dinamiche degli incendi nella regione, lo sviluppo di una modellistica che evidenzia l’importanza della prevenzione fornendo mappe di pericolosità e rischio e compresa di strumenti di IA per identificare le connessioni tra i diversi fattori, l’implementazione di piattaforme open source per la condivisione dei dati e, infine, la produzione di bollettini facilmente divulgabili. «Un bel paradigma non muore mai», ha commentato Trucchia: diversi enti etiopi stanno infatti continuando a usare questi sistemi, e si è creata una rete di competenze sul rischio d’incendi nel paese.
«Si dice che, quando il Titanic stava per affondare, si chiese all’orchestra di continuare a suonare. Noi non dobbiamo essere quei musicisti: noi siamo l’equipaggio che avrebbe potuto dare l’allarme. Perché oggi siamo davvero in allarme e non possiamo ostinarci a suonare come l’orchestrina, ignorando il pericolo cui andiamo incontro» conclude Ferraris. «Affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico richiede di unire forze e conoscenze, dalla politica alla scienza, coinvolgendo attivamente i cittadini, come abbiamo fatto in questa giornata che ha unito voci diverse con una sfida in comune. Siamo chiamati ad abbattere i muri che ci isolano, e costruire invece ponti che permettano di collaborare per un futuro sostenibile: lo dobbiamo alla società tutta e soprattutto alle nuove generazioni».