Una lettera pubblicata su Marine Mammal Science riporta l’appello di un vasto gruppo di biologi e biologhe marine: chiedono di modificare il nome comune con cui lo zifio è conosciuto in lingua inglese, perché fa riferimento a uno scienziato dell’800 che contribuì a diffondere e giustificare le teorie razziste
Per una scienza più inclusiva, dobbiamo forse riflettere anche su alcuni nomi con cui conosciamo oggetti e organismi. Piante, animali e malattie; unità di misura, fenomeni, processi biologici e fisici..: nel mondo scientifico, sono moltissimi ad aver preso il nome da chi per primo li ha riconosciuti e descritti. Così abbiamo la legge di Faraday e quella di Avogadro, la sindrome di Rett e la malattia di Alzheimer, l’equazione di Shrödinger e le particelle di Higgs. Gli eponimi, cioè i personaggi i cui nomi sono rimasti a designare particolare fenomeni, oggetti, organismi eccetera, sono molto frequenti anche nelle scienze naturali. Sono svariate le specie che prendono il nome di chi per primo le ha descritte, dallo Spheniscus humboldti, il pinguino descritto dall’esploratore Alexander von Humboldt, alla Rhinoderma darwinii, la rana scoperta da Darwin durante il suo viaggio sul Beagle.
In inglese – lingua di riferimento per la comunità accademica – non è solo il nome scientifico delle specie a recare tracce dello scienziato (per ragioni storiche, gli eponimi femminili sono molto limitati, quasi assenti) ma anche il nome comune. Così si trova, per esempio, il gorilla di Grauer (Grauer’s gorilla, in italiano il gorilla di pianura orientale) o il Wilson’s bird of Paradise, in italiano paradisea repubblicana.
Per il mondo scientifico, però, qualcosa deve cambiare. È quanto chiesto dall’appello, firmato da un gruppo di biologi e biologhe marine, tra cui Massimiliano Rosso, Paola Tepsich e Anna Borroni di Fondazione CIMA, pubblicato su Marine Mammal Science. Autori e autrici chiedono venga cambiato il nome comune inglese usato per lo zifio, Cuvier’s beaked whale (balena a becco di Cuvier), usando al suo posto goose-beaked whale (letteralmente “balena becco d’oca”).
La ragione principale è nel significato della figura di Georges Cuvier. Naturalista francese vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’’800, Cuvier descrisse lo zifio in uno dei suoi trattati, considerandolo (erroneamente) una specie estinta. Da allora, in inglese il suo nome è rimasto associato alla specie. La carriera scientifica di Cuvier è stata ricca, ma non sempre apprezzabile dal punto di vista etico. In particolare, nel 1829 pubblicò Le Règne Animal, dove classificava la specie umana in tre razze distinte e proclamava la superiorità di quella caucasica. Oltre a promuovere, con il suo lavoro, i fondamenti di una giustificazione scientifica al razzismo, vi sono diverse testimonianze, nei suoi scritti e nelle sue opere, di un forte disprezzo per alcuni gruppi etnici, che riteneva «quasi completamente selvaggi». Particolarmente indegne e misogine furono le osservazioni su Saartjie, una donna Khoikjhoi esibita in Europa, dov’era nota come Sara Baartman ed esibita come fenomeno da baraccone.
A fronte di questa storia di razzismo, scrivono autori e autrici dell’appello: «Riteniamo che continuando a usare il nome (di Cuvier) si perpetui la sofferenza che inflisse a Sara Baartman e che continua a far soffrire le donne nere, le persone che s’identificano come donne e la comunità nera in generale». E duqnue, citando la recente decisione dell’American Ornithological Society, che ha scelto di eliminare gli eponimi per gli uccelli, chiedono che anche in nome comune dello zifio abbandoni il riferimento a Cuvier.
«È evidente che nella nostra società non ci debba essere più spazio alcuno per i nomi comuni (di animali e piante) ritenuti offensivi ed esclusivi per qualsiasi comunità o cultura. Supportiamo anche la scelta, più controversa all’interno della comunità scientifica, di limitare o eliminare, ove possibile, l’uso degli eponimi. Gli eponimi sono frequenti nei nomi comuni anglosassoni, molto meno in quelli di altre culture, e sono mirati a dare il merito a una particolare persona che ha avuto un ruolo nello scoprire, definire o studiare una particolare specie. Pensiamo non siano, in fondo, inclusivi: si pensi per esempio alle comunità indigene che avevano già denominato particolari specie locali centinaia di anni prima dello “scopritore” o del particolare ricercatore/ricercatrice, o semplicemente si pensi al colonialismo», conclude Massimiliano Rosso, ricercatore di Fondazione CIMA e tra gli autori della lettera. «La scelta di andare verso la riduzione dell’uso degli eponimi non è un torto per nessuno: l’eventuale merito del ricercatore cui si riferisce l’eponimo rimane generalmente evidente all’interno della comunità scientifica, anche se non legato a nomi comuni. Questi ultimi, inoltre, sono più interconnessi alla lingua locale e/o a elementi biogeografici, e non sono necessariamente stabili nel tempo; la stabilità tassonomica è comunque garantita dal nome scientifico».